Oltre la curva.

Stavo provando, ieri sera, a scrivere di questa cosa, ma il tentativo era miseramente fallito  (cielo, forse perché sarebbe stato troppo bello, casualmente riuscire a scriverne qualcosa ieri sera, proprio… ma facciamo comunque come ci riesce,ok?

Dunque, mi era venuto in mente un vecchio amico, o collega di lavoro…. Mah… con me, nonostante lui fosse notevolmente piu’ vecchio di me, si è sempre comportato amichevolmente, forse come uno zio gentile, che non so se si puo’ dire che questo sia “essere amici”…. Lui aveva… penso ben oltre i 40 anni, io ne avevo forse 18. Lavoravamo allora in uno scatolificio, era il mio primo lavoro “vero”, una fabbrica abbastanza grande, con un sacco di macchine divertenti, ma anche faticose…all’inizio io lavoravo ad una taglierina manuale, e il mio amico, che si chiamava Sergio, ad una fustellatrice piana. Mi piaceva anche allora cantare, cantavo tutto il giorno a squarciagola o quasi, e Sergio, che lavorava a pochi metri da me, ogni tanto mi mandava una sigaretta…. Mi ci è voluto un po’ di tempo per capire che voleva, in questo modo, tenere occupata la mia bocca ed avere una tregua per le sue orecchie…. Comunque, mi faceva piacere. Quando un po’ di tempo dopo fui mandato anche io ad una fustellatrice , Sergio fu il mio istruttore, paziente e disponibile, e nel tempo che passavamo insieme spesso mi parlava della sua passione, le moto, e delle sue avventure di gioventù.. a volte storie veramente buffe.

Una di queste storie mi colpì tantissimo… al punto che oggi posso ripensarci e prenderla come insegnamento per la mia vita. Ecco la storia.

Ovviamente, per tutti i motociclisti, la “piega” in curva è… tutto, alla fine. Tutti vorrebbero vedere quanto riescono a piegare, per capire “quanto sanno andare in moto”…. Sergio era convinto di essere uno di quelli bravi, e voleva capire quanto piegava… Un giorno, in giro per le colline, su una strada che conosceva particolarmente bene, decise di “misurare” la propria “piega… di vedere se riusciva a toccare con la mano l’asfalto…insomma, per farla breve, vattelappesca cosa successe, cadde rovinosamente senza riuscire ad avere una risposta all’interrogativo che stuzzicava il suo orgoglio… ormai ferito….

Ripenso ai casi della vita, al fatto che a volte ci comportiamo come il mio amico Sergio.  Invece di pensare a dove le curve della vita ci potranno indirizzare, alla strada che dobbiamo percorrere, al fine che vogliamo perseguire, ci fermiamo a guardare gli accessori… le curve della vita… e guardando queste ci dimentichiamo del perché stiamo percorrendo quella strada, dove stiamo andando e da dove veniamo. Voglio dire, piu’ precisamente, io non so se qualcuno di voi che leggete qui (se ci siete, se leggete, se avete cominciato e non vi siete ancora stufati) ha fatto così, si è perso a contemplare le curve della propria vita lasciandosi distrarre, non dando importanza a tutto quello che c’era intorno…. Io lo so che le curve, di qualunque genere, sono cose importanti, ma solo perché servono ad indirizzarci in maniera diversa, ci permettono di superare ostacoli, di scegliere la nostra destinazione…. Ma prova  a immaginare: un bel passo dolomitico, con tutti quei tornanti, destra, sinistra, destra, sinistra, desta….  Le curve servono a farci superare la salita che diversamente non potremmo superare, sono il mezzo, non lo scopo… per caso qualcuno ha mai visto 48 tornanti (che sono quelli del passo dello Stelvio) su una strada che percorre una pianura senza ostacoli? Bene, posso dire che, seppure a nessuno di voi è mai successo, io mi sono perso una volta su una curva imprevista, mi sono fermato e sono rimasto lì a guardarla, come se fosse tutto… e certo era interessante, ma non valeva minimamente la meta verso la quale voleva indirizzarmi. E me la sono persa.

Eh, le curve!!!!!!

Immagine

Quello strano non so che.

Bene. credo sia venuto il momento di prendere atto della assoluta meraviglia di questo momento.  Ma perché’? Eh, in effetti non lo so. Sarà qualcosa di alieno, forse, o la nuova influenza aviaria… ma non so se questi possano essere i sintomi. Veramente non so nemmeno se ho sintomi. Il problema è che vorrei parlare di qualcosa ma non so cosa sia, dove sia,e quali effetti abbia. Come nuotare, ma senza essere nell’acqua. Senza sapere cosa mi circonda, e perché sia così impalpabile, così volatile, così sottile, eppure altrettanto certo.

Io non so cosa sia.

Come avere nelle mani (ma ne siamo sicuri? ) un bellissimo pacco, e non sapere come sia giunto a te, chi te lo abbia mandato, e come. Cosa posso fare? Ho anche chiesto, a chi mi faceva notare la stranezza della questione, informazioni piu’ dettagliate, ma non è stato possibile arrivare a niente, proprio come l’ambasciator che, per antica tradizione, non porta pena.

Non sapere una cosa certa a noi stessi è davvero strano. Ma questo è quello che accade. Per fortuna mostra un volto strano, sì, ma benevolo, e sembra invero capace di superare guai di varia natura…per esempio? Beh, questo esempio penso di poterlo fare, ne parlavo oggi con l’ambasciator, quello che ancora non porta pena (oppure la porta, a volte?)…. beh, mi sono trovato con una diagnosi (o se preferite, con una “previsione”) tanto certa quanto sconcertante, tanto semplice quanto misteriosa (no, no, calma, non mi sono innamorato, non sto cercando il modo di tradire la moglie – la mia migliore – è una storia del tutto diversa…) comunque… dicevo che quando ho sentito su di me questa sentenza, ho avuto paura, perché’ mi sono sentito solo. Solo del tutto, come andarsene per il deserto senza scorte, senza acqua, cammello, viveri, e cappello. Ma non è andata così. Dopo un attimo di sconcerto, ho scoperto che ero meno solo che mai, anzi, e in questi giorni di cicloni e tempeste varie, per me, il sole splende.

Lo so, non ho spiegato niente, ma non so cosa farci. Io lascio fare, adesso, come dicevo sopra, nuotando senza acqua intorno, volando senza aria che sostiene le mie ali, ridendo di una barzelletta che nessuno ha raccontato.

Vi sembro strano? Perché no? Io non ci trovo nulla di male.

Dico grazie, e non so chi accetterà il mio ringraziamento, mi farebbe piacere poter fare almeno questo, ma non so se mi è permesso, e anche questa cosa si sistema accanto alle altre mille che non so, adesso. Che penso non saprò mai.

A te, che leggi e scuoti la testa, posso solo augurare un’esperienza come questa… perché si può, eh, non c’è il filo spinato, o da pagare, o alti muri da scavalcare. Non so dirti cosa serve, e non so dirti se a me è servito qualcosa. Di piu’ posso dirti che, come tu sei qui con me, adesso,  anche io adesso sono con te, e spero che tu mi senta, e spero che tu possa, in qualche modo, capirmi, oggi o un giorno che verrà.  Il fatto è che siamo sulla strada, e camminiamo.

 

Parco avventura

Ne è passato, vero? Dall’ultimo articolo un bel po’ di tempo, si. Ovviamente il mondo ha continuato a funzionare, ad andare avanti, il sole, la luna, le stelle hanno fatto i loro percorsi, la pioggia (ma poca) è caduta, chi è andato in vacanza è tornato abbronzato, and so on….

La vita è continuata, continua la scuola gospel (Prato Gospel School )va avanti col lavoro, un po’ meno concerti, un po’ più lavoro nel nostro seminterrato…. E’ sempre bello, però, col sudore che scende, scoprire che c’erano altre cose nel brano che stavamo cantando, che un ulteriore piccolo sforzo può’ produrre risultati davvero inattesi, ma soprattutto che abbiamo ancora voglia di mettere il nostro cuore in ciò che facciamo, ognuno con le proprie motivazioni, ma tutti con lo stesso obiettivo, che non è semplicemente cantare canzoni, ma portare …cosa? Speranza? Amicizia? Allegria? Fiducia? Fede?  Qualcosa di tutto questo, sicuramente, e poi chissà. Per chi ha fede rimane il fatto, poi, che le strade di Dio si aprono spesso in maniera inesplicabile, e certo non tocca alla Prato Gospel School (sempre diretta, come ben sapete, da Leandro Morganti , il nostro Coach) spiegare come questo possa accadere….

Comunque… per quanto mi riguarda, scendendo nel pratico, ora sono in pensione. Giusto in tempo, eh, che un problema di salute mi ha fatto capire quanto siamo fragili (non credo di esserlo solo io) e quanto poco ci vuole a perdere la propria autonomia. Nel giro di due settimane mi sono ritrovato a non riuscire quasi a camminare, a non sapermi alzare da una poltrona, a non riuscire ad aprire una bottiglia di latte, o versarmi un bicchiere d’acqua….  Brutta esperienza davvero, e c’è voluto un po’ di tempo a ritrovare il bandolo della matassa, e trovare la cura….

Comunque, l’estate l’ho passata bastanza bene, 40 giorni filati a Flat Mountain sono volati in un attimo….oh, insomma, via, un attimo e mezzo, almeno… mi mancava la scuola gospel….

Una piacevole parentesi c’è stata quando con  Samu

(mitico Samu) siamo andati a far foto dalle parti di Fossato,

pensando in particolare al posto dove è stata scattata la foto di testata di questo blog, di cui ho parlato varie volte, luogo al quale sono affezionato tantissimo, per me denso di ricordi….

…comunque, ve lo ricordate quel posto lì, vero?

eh, gia’, il mio posto del cuore, il posto dei ricordi, il posto dove vado con i miei amici quando cerco di farmi conoscere da loro, quando cerco di spiegarmi, e devo dire che sinora, a quanto pare ha fatto il suo dovere…..ma…. una cosa alla quale non avrei mai pensato, l’impossibile che ti ferisce dentro, peggio che se il bosco fosse stato tagliato, che questo rientra tra le possibilità del rapporto dell’uomo col bosco….

..invece, …invece….. hanno fatto un parco avventura, come se la bosco mancasse qualcosa,  come se qualche corda, qualche carrucola, un chiostrino dei panini, potesse sostituire il bosco, nella sua bellezza, nel suo mistero….

Il parco avventura, quello vero, è la nostra vita di tutti i giorni, alla quale non manca nulla per essere avventurosa, dove si cade – si cade davvero –  e ci si rialza con le proprie forze o con l’aiuto della famiglia, degli amici. Non un posto sterilizzato, per quanto dentro ad un bosco, dove, alla fine, non puo’ capitarti nulla, ma un posto dove sei tu responsabile delle tue azioni, dove ogni giorno è nuovo, anche se non devi pagare un biglietto d’ingresso, dove tutto è dono, la gioia e il dolore dormono vicini e tu puoi riconoscerli non dal prezzo sul listino, tra un panino alla mortadella e una gassosa, ma dai segni che lasciano dentro di te.

No, la vita non è, non sarà mai un Parco Avventura. Per fortuna.

Pietre e Diamanti

 

Mi hai chiesto la chiave

del mio scrigno segreto

e io te l’ho data:

cosa dovevo fare?

Non sapevo davvero     

cosa avresti trovato

Nel mio tesoro sepolto

Sotto i fogli di carta.

Certo, io ce l’ ho messo,

ma, come un bambino

Che, geloso, nasconde

poveri tesori di sassi

Non sapevo se avresti visto

Pietre grigie e informi

o smeraldi e diamanti.

Per me, sai, è diverso:

Io sono il bambino

che ha nascosto il tesoro

E non posso chiedere

Che altri lo conservi,

Posso dire soltanto a chi lo trova

“non a tutti è toccato

Condividere questo”

Forse ha visto soltanto

Povere pietre grigie

Ed è passato oltre, senza sporcarsi

Mani troppo pulite

Pensando al suo tesoro

E misero gli è parso, nel confronto….

Tutti siamo un tesoro, e fortunato

Chi riconosce diamanti in ogni uomo….

BE THROUGH (non è il colore del vetro quello che conta)

…un famoso artigiano viene incaricato di creare una preziosa vetrata per la chiesa piu’ importante della città….e lui si mette al lavoro,  prepara tavole, schizzi, disegni, allegorie, immagina storie, ma quando comincia a mettere il primo vetro non è soddisfatto.

E’ stato fuori e ha visto il sole splendere sulle case e sui prati e il suo calore gli ha allargato il cuore ma la sua vetrata non gli trasmette il sole.Prova allora lui stesso a disegnare il sole sulla vetrata ma ciò’ che si vede da dentro alla chiesa è solo un disco piu’ o meno giallo. Il povero artigiano ha già fatto mille prove diverse, fuori dalla chiesa, in un angolo, ci sono tutti i vetri che ha scartato. Rischia davvero di andare fuori con le spese, e sa che ci dovrà rimettere di tasca, se dovesse succedere. Decide allora di fare le sue prove col vetro dipinto, in modo da poterlo pulire quando il risultato non è quello desiderato. Ridisegna sul vetro il sole giallo, il cielo azzurro, i prati, le case, i bambini, ma non ottiene un risultato migliore. 

Stanco e sfiduciato s mette a pulire il vetro, pensando di riprendere il lavoro il giorno dopo con nuovi colori, nuove idee, nuova fortuna. Sta pulendo il vetro, quando, improvviso, un raggio di sole lo attraversa, ed accende la chiesa di una luce incredibile.  Il povero artigiano, meravigliato, prova a pulire tutto il vetro, e vede che il sole, quello vero, sta entrando dentro, sta scacciando il buio, sta cancellando la tristezza, e ora è tutto chiaro, tutto vero. Il sole, padrone anche delle finestre, dei vetri, il sole, che entra e ridisegna tutto, rimodella tutto….

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Bah, piano piano uscirà anche questo post…. che in effetti da tanto ci penso, e da tanto si parla di questo col Coach (che…. non ripeto), ma….. ma….. ieri sera prima lezione dell’anno, e sembra davvero che voglia dire “anno nuovo, vita nuova” …..o chissà….

C’è una foto, nel post immediatamente prima di questo, che ha acceso la discussione. Come al solito il percorso è un po’ complicato, si parte dal considerare un’immagine che è reale, e la si fa diventare metafora di qualcosa che “forse”  è nascosta dietro…..

La foto è quella alla fine dell’articolo precedente, quella dell’abside della Pieve di Romena, tre trifore disposte a semicerchio, e la luce che le attraversa….   ….e quello che mi venne in mente, allora, è che poteva essere una immagine del coro, della scuola… tre sezioni, un semicerchio, e la luce che filtra, messaggio di ciò che è fuori, di ciò che è il sole, di ciò  che è il messaggio che cerchiamo di trasmettere….

….La finestra, alla fine, non conta. Non conta nemmeno ciò che tu vorresti mostrare attraverso di essa. Conta solo la Verità, quella che sta fuori e ti chiede di lasciarla passare, perché tutti la vedano.


With all my Heart

Sono giorni, ormai, che percorro i post più o meno recenti di questo blog, li rileggo e lascio riaffiorare le emozioni che li hanno originati, gli eventi, le persone,e qualche video dei nostri concerti…. Certamente…adesso la testa è davvero piena di mille cose. Oggi in una breve chiacchierata col Coach (che è sempre Leandro) gli  ho detto che avevo trovato la strada, gli occhiali giusti per leggere questo periodo, questo tempo passato, così pieno, così ricco, così faticoso, anche, e difficile, ma pieno di gioia….

Le nostre lezioni, come gradini di una lunga scala davanti a noi, e a volte come sembrano ripidi (no, non è che sembrano, lo sono davvero), le canzoni che impariamo, che almeno per me è come accostarmi ogni volta ad un mondo diverso, e sempre lasciarsi penetrare, lasciare che musica e parole si fondano, e si lascino comprendere, e alla fine si lascino anche cantare e trasmettere a chi ci ascolta.

I nostri concerti, e ogni volta paure nuove e gioie nuove, e poter guardare in faccia le persone che vengono a sentirci e sentire dentro il desiderio di poter donare loro tutto cio’ che abbiamo dentro…

… i nostri amici, quelli che cantano con noi – che buffo, siamo sempre noi – e come pare, a volte, che tutti insieme spingiamo questa cosa che è la Prato Gospel School su per una salita immensa, infinita…. Forse è così, chissà, forse è davvero la nostra strada….

stamattina il caso (come diciamo noi della Contea)ha voluto che riascoltassi una lezione del luglio scorso… l’ultima lezione, per l’esattezza e, accidenti alla mia testa, mi ero dimenticato cosa c’era dentro….

…I saluti del Coach (che è sempre Leandro) e il regalo per noi della sua canzone che non ha mai voluto fare con noi…

Un disgraziato accidente mi ha fatto perdere il testo della canzone, e mi devo affidare solo ai commenti di Leandro (che è sempre il nostro Coach) in quell’ultima lezione…

“cosa metto nelle tue mani? la lode, le paure, la felicità, la fede (nota, il Coach – che è sempre Leandro- dice che al tempo in cui ha scritto questa canzone non aveva fede di nessun tipo… mi sa che aveva scelto le mani giuste, allora) .. te, che mi tocchi così profondamente che nemmeno il dolore arriva a tanto…. (sempre ripetendo “con tutto il mio cuore, con tutto il mio cuore”) … il tuo amore è la mia casa….

—–

Si, penso che il tema di questo tempo sia stato “con tutto il mio cuore”, che non vuol dire non sbagliare mai, essere sempre felici, avere sempre tutto pronto ridere sempre e piangere mai… vuol dire che in ogni momento sono stato presente con tutto il mio essere, nel bene e nel male. Del male devo chiedere perdono a tutti, certamente, e per quanto bene ci sia stato nella mia vita, un grande grazie a tutti coloro che lo hanno lasciato crescere, lo hanno incoraggiato, lo hanno permesso.

E ancora, un grande grazie, ancora più grande, a coloro che si lasciano voler bene. Perché non è la cosa più semplice del mondo.

Con tutto il mio cuore.

Post-fazione (You are faithful)

Ci eravamo lasciati a metà di luglio, con un po’ di magone e qualche lacrima, anche, e un futuro incerto. Il coach (che si chiama ancora Leandro) partiva per gli States…. Beh, via più precisamente per L.A…. no, via, mica lo devo spiegare….? Los Angeles, la West Coast… e un po’ di viaggio qua e là con una Mustang decappottabile che…insomma, via, un po’ esagerata, se deve servire per vedere orsi, alci, coyotes… un po’ meglio, in ogni caso, per girare per le strade di L.V. (che sarebbe Las Vegas)… insomma, alla fine è arrivato a L.A. (ovviamente dopo aver evitato il Crollo Della Catapecchia e gli spruzzi di sangue e veleno della B.W. (Black Widow, Vedova Nera), schiacciata senza pietà….

Poi FB (FaceBook) ha cominciato a sfornare messaggi…e poi i messaggi sono finiti e il coach –agguerritissimo, in verità –  è tornato tra noi.

In effetti tra noi alunni-coristi del P.G.S. (dai non fate la solita domanda, P.G.S.,  Prato Gospel School…. e, per favore, non chiedete perché davanti a P.G.S. ci sia un articolo maschile. A noi suona bene così) correvano mille illazioni su come sarebbe stata la prima lesson (ricordo, sempre per i distratti, che noi abbiamo “lezioni”, non prove, come tutti i cori, perché noi siamo un coro solo per i concerti, sennò siamo una scuola…) il coach si sarà rammollito, il coach sarà acido come una vecchia zitella, o ancora come un sergente istruttore dei marines, che non si sa mai, con tutta quest’aria americana…

            …..ma insomma, il primo lunedì di settembre, un po’ alla chetichella ha riavuto avvio un nuovo anno di fatica…  Bisogna dire  che, nonostante tanti discorsi, tante paure, eravamo praticamente tutti, anzi, di più … nuovi ingressi che sicuramente aggiungeranno voce e passione al nostro coro.

21,20, si ricomincia a fare i soliti esercizi, un po’ come tornare a casa, risentire l gusto delle cose familiari, il piano del coach che ci spinge, noi col solito impegno, e poi…

..ormai sembra quasi la norma. Si ricomincia l’anno con una nuova canzone, canzone che magari ci farà sputare i polmoni, tanto per fare qualcosa.

Stavolta non sembrava una roba di vita o di morte, da polmone d’acciaio come quella dello scorso anno. Questa è una cosa dolce, pare, un sussurro, una brezza leggiera, un po’ alta, forse, si, ma molto delicata. E poi ha questo modo così familiare di approcciare…”You are holy, oh, so holy”…… “quale privilegio, e quale onore adorarti davanti al tuo trono, esser chiamati alla tua presenza come tuoi familiari..”

immagine di proprietà di Francesco Perfili, usata con permesso.

…e anche l’altra strofa, che dichiara la fedeltà di Dio nei nostri confronti, e cantare queste parole proprio nel momento in cui la nostra storia riprende e continua…beh, mi fa sentire parte di un progetto, figlio di un desiderio, amato, cercato, incontrato, messo accanto ad altri come me, altrettanto amati, cercati, incontrati…

….Questo articolo non lo volevo scrivere, prima, non lo volevo pubblicare poi, perché anche la mia vita – come quella di molti – è attraversata da difficoltà, dubbi, paure, ripensamenti, scoraggiamenti e chi più ne ha più ne metta. Volevo mollare tutto lì, lasciar cadere il sogno, chiudere la porta e ciao. Ma una canzone, forse anche lei, si, mi è venuta in soccorso, mi ha ripreso per mano.. o forse non è stato questo, e chissà cosa mai…ma la canzone diceva:

“Lode è ciò che faccio quando voglio sentirmi vicino a te,

alzo le mie mani nella lode,

…lode è ciò che sono, voglio lodarti fin quando vivrò…

attraversando il bene e il male, nella felicità e nella tristezza…”

Mi viene adesso in mente una pagina che …boh, nulla, mi piace ricordarla qui… è conosciuta col nome di

 “Messaggio di Tenerezza”

“Ho sognato di camminare in riva al mare con il Signore
e di rivedere sullo schermo del cielo tutti i giorni della mia vita passata.
Per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia due orme
le mie e quelle del Signore.
Ma in alcuni tratti ho visto una sola orma
proprio nei giorni più difficili della mia vita

“Signore, io ho scelto di vivere con te
e tu mi avevi promesso che saresti stato sempre con me.
Perchè mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili?”

E Lui mi ha risposto:

“Figlio, tu lo sai che io ti amo e non ti ho abbandonato mai.
I giorni nei quali vi è soltanto un’orma sulla sabbia,
sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio”

This is (are)Fall (s)

Sta arrivando il freddo, a Flat Mountain. Oh, nulla di che, eh, siamo in mezzo all’autunno, e arriva il freddo, senza fretta, tanto si sa che alla fine vince lui e ci troveremo col classico mezzo metro di neve, a Flat Mountain, che sarà anche Flat, ma è anche Mountain….

Bellissimo fine settimana comunque, i colori si accendono di nuova vividezza, di nuovo calore, verrebbe da dire, il cielo azzurro e il nuovo colore delle foglie che sembra fatto apposta… ma sarà davvero fatto apposta? 🙂

Comunque… se uno come me è venuto quassù spesso, diciamo almeno ogni fine settimana, ha visto il cambiamento, dal verde assoluto dell’estate, quando tutto è verde, appunto, ad ora….

Siamo arrivati venerdì sera, e tirava un forte vento.  Le foglie si erano accumulate al cancello d’ingresso al giardino e ne abbiamo sentito la frusciante protesta, mentre si schiacciavano per lasciarci passare….crunch, crunch, sotto ai piedi, crunch crunch….

Comunque, camino acceso, porte sprangate, una bella cena calda, un po’ di televisione e poi via a letto. Con un sacco di gratitudine al peso delle coperte che mai è parso così piacevole.

Sabato mattina un gelido risveglio, dato che non c’è riscaldamento in casa. Andando a comprare i giornali – tanto per farsi dare qualche brutta notizia così subito subito – il termometro in macchina segnava +3,5….eh, ma allora ditelo! Chi se l’è mangiato tutto quel bel tepore delle mattine di settembre? Eppure sembrava davvero non dover finire, sembrava…. come le foglie, che stavano tutte sui rami, forti e sicure… eccole qui, impigliate nella rete del cancello, pesci gialli, rossi, pesci morti.

I colori sono belli, ma è triste pensare a questa morte di massa, a quando anche i colori spariranno e rimarranno dapprima solo gli scheletri delle foglie, e poi piu’ niente…Il ciclo delle stagioni, che pare infinito, e che lascia ciascuno di noi a sperare che passi l’inverno, e torni la gioiosa primavera, per ciascuno di noi, prima o poi, si arresterà. Così come accade delle cose che viviamo giorno per giorno, delle speranze, delle nuove avventure che la vita ci propone, e che ci paiono infinite, ma che, in un modo o nell’altro, dovranno pur finire. Chi andava a scalare le montagne – se non ne morirà –  un giorno smetterà di salire e scendere, e dovrà guardare con occhi ancora pieni d’amore ciò che il passare delle stagioni ha reso per lui irraggiungibile. La montagna, immobile, lo guarderà dall’alto, e forse ricorderà il giorno che si conobbero (se vuoi, vedi qui ) e si dirà, forse, che era ora che qualcuno desse una ridimensionata a quello sciocco che voleva conoscerla.

Così le foglie staranno a terra e forse potranno ancora vedere il ramo che le ha portate per qualche mese, e sembrava sarebbe stato per sempre.  (è anche vero che la parola “sempre” sta perdendo il suo significato di durata assoluta e sta cominciando a significare “finchè dura”) capiranno che ci sarà una nuova primavera e nuove foglie e così via avanti, ed è questo, forse, il significato di “sempre”: sempre instabile, sempre “finito”.

Il vento è stato davvero forte, stanotte, e oltre che ammassare foglie ha spezzato rami e abbattuto cartelli, e chissà quali altri danni avrà fatto. Anche io, che lo ascoltavo soffiare protetto dalle mura di casa, nella notte passata, ho capito di aver perso qualcosa. Qualcosa che mi era parso incorruttibile, indistruttibile. L’ho perso non per averlo materialmente smarrito, o chissà. In questo periodo di navigatori, tom tom, google maps, satelliti e varie forse dovremmo fare davvero come fece la mitica Arianna, che per sicurezza legò con un filo colui che non voleva perdere nemmeno nel peggior labirinto, nemmeno ucciso dai piu’ terribili incubi.

Passeggiando, oggi, nel prato vicino casa, ho raccolto un piccolo riccio di castagna.


Nulla di che, intendiamoci, anzi, anche bruttino assai, ma… lo stesso va trattato con delicatezza, perche’ forse è vero che te lo puoi schiacciare sotto una scarpa, ma se vuoi tenerlo in mano, se è questo che vuoi, devi fare piano,  perché può bucarti anche lui come tutti gli altri. ma…. se ci provi, magari potrei scoprire che le spine ti possono solleticare il palmo della mano, se usi la giusta delicatezza.

Per il resto, anche lui fa parte dell’autunno, e nonostante che cerchi in tutti i modi di proteggere il frutto che contiene, un giorno dovrà cedere. Alla fine, è solo un riccio, come tutti, no?

Mi viene in mente adesso una bellissima canzone, me la dedico’ in una sera d’estate di due anni fa il mio Bro…

The road is long
With many a winding turn
That leads us to who knows where
Who knows where….

(La strada è lunga, con molte curve tortuose che ci portano chissà dove, chissà dove….)

A praying spirit

Come ogni anno, ormai un’abitudine, la sera di pasqua c’è il concerto del Prato Gospel Choir diretto da Leandro Morganti. Insomma, SIAMO NOI!

Praticamente, ricordo per i distratti di cosa si tratta: la Prato Gospel School (prima scuola di gospel a Prato, diretta e amata da Leandro Morganti ) ha debuttato, col nome di Prato Gospel Choir, la sera di pasqua 2009. Da allora abbiamo mantenuto questo appuntamento col quale intendiamo ringraziare del cammino percorso e ricaricarci gioiosamente per un nuovo anno di gospel insieme.

Quest’anno mi pare che abbiamo avuto un avvicinamento particolare a questo evento, con un seminario durato due giorni – e concerto finale – e una partecipazione ad un evento presso il Teatro Metastasio. Occasioni, credo,  nelle quali abbiamo avuto occasione di ripensare e rivalutare il nostro percorso, le nostre motivazioni, ciò che ci muove, insomma, e continua a spingerci avanti.

Occorre dire che non è stato possibile preparare adeguatamente questo concerto dell’Anniversario.  Gli eventi di cui sopra, che ci hanno assorbito per alcune serate, l’ingresso di alcuni corsisti – coristi nuovi (e qui, devo aggiungere nota del tutto personale, con mio grande piacere, mia figlia Giulia e la partecipazione dell’altra figlia, Marta, al seminario insieme a noi) brani nuovi da studiare, eccetera eccetera, ma…. in fondo queste cose non ci fanno paura, specie in questa occasione. E’ la nostra festa, festa che vogliamo condividere e, credo, ciò che ci preme maggiormente, in questa occasione, è essere ciò che siamo, così, semplicemente, familiarmente.

E dunque, la macchina si è messa in moto come al solito, coi volantini e gli annunci su facebook, gli inviti e il passaparola come da prassi.

A me piace tantissimo questo concerto. Mi pare sia un momento nel quale proprio posso essere me stesso, felice di cantare, di stare insieme ai miei amici, quelli coi quali ho condiviso mesi di lavoro nel nostro “bunker”, fatica, ripetere, ripetere, correggere, correggere (e il coach, che si chiama ancora Leandro, pazienza, pazienza, aggiusta, aggiusta…..)

Quest’anno, tra l’altro, la nostra preparazione è stata più spirituale che tecnica. Leandro ci ha invitati a considerare maggiormente il nostro aspetto di “gruppo” (beh, in effetti io avrei voluto scrivere “comunità”, ma….) cioè insieme, amalgama, unità d’intenti, desiderio di “raccontarci” ma soprattutto di “essere” il più possibile “fraternità”.

—–

E’ sempre bello arrivare verso le 19 alla chiesa dove avremo il concerto (che poi è la parrocchia che ci ospita), o almeno per me lo è. E’ un po’ come scendere dolcemente in un mondo diverso, col sole che tramonta, la giornata che si avvia al suo termine, e il nostro concerto che si avvicina, gli strumenti che vengono disposti, preparati, le voci tenute basse, come in un tempo sospeso nel quale pian piano arrivano tutti, ci si saluta, si scambiano due chiacchiere.

Devo dire che quest’anno sono arrivato al concerto stanchissimo. Addirittura incerto se cantare o meno. Avevo avuto una settimana un po’ pesante e stavo risentendo tutto insieme…. Insomma, avevo anche paura, perché non sapevo come avrei potuto giustificare (prima di tutto a me stesso) una eventuale mancata partecipazione, ma ero davvero … a pezzi.

Il tempo passa, gli strumenti a posto, facciamo una piccola prova  (piccola, ma molto, molto intensa) e poi andiamo a prepararci per l’inizio del concerto. Come sempre, un po’ di chiacchiere, qualche scherzo leggero, ma già è tempo, ci prendiamo per mano, Leandro ci ricorda e chiede per noi la forza di testimoniare, di ESSERE. Più che le parole, è la voce rotta dalla commozione di Leandro, i suoi occhi lucidi, gonfi come una diga che stia per cedere, è l’amore che sentiamo  in lui per ciò che facciamo che ci danno una nuova carica, e usciamo verso il nostro concerto…..

La prima canzone è “A praying spirit” , tema e contenuto di questo concerto.  “Signore, dammi uno spirito di preghiera, Signore, insegnami a dire SI!”

Credevo sinceramente che alla fine avrebbe vinto la stanchezza, ma la gioia di stare insieme, di cantare insieme, di cercare , ancora una volta, di raccontare ciò che sentiamo dentro spingere e lottare per uscire, ha avuto la meglio, e mi sono buttato nel concerto, certo non col meglio di quello che so fare ma col mio desiderio vivissimo di esserci, di stringere, ed essere stretto, in questa morsa di musica e di amore, di fatica e di gioia, di condivisione, di piacere di essere vicini, di sostenersi, di andare insieme…..

E’ finito, il concerto, con un momento nel quale sono venuti a cantare con noi quelli che hanno condiviso con noi la gioia di cantare, cori amici, amici coi quali abbiamo cantato assieme….ed è stato significativo, secondo me, che di fronte ad una richiesta di bis (che di solito non facciamo) abbiamo cantato “Be glorified” il pezzo che forse piu’ di tutti rappresenta la nostra storia. E dopo, i saluti degli amici che ci sono venuti a sentire, e la stanchezza che mi riprende del tutto, ma ancora un passo, irrinunciabile ormai, andiamo a mangiare qualcosa insieme come di tradizione. Chiacchiere, impressioni, la birra fresca è una delizia, ma ad un tratto, ecco cio’ che ha pagato, per me, tutta la fatica, ecco ciò che per me è stato il momento piu’ bello di questo concerto. Ho alzato gli occhi dal mio boccale, vedo Leandro che si alza dal tavolo, va verso Sergio, suo padre, presidente dell’associazione, ma soprattutto grande tifoso e sostenitore della Prato Gospel School… è un abbraccio bellissimo, tra loro, e mi commuove profondamente, sono felice della loro felicità. Cosa si può volere più di tutto questo?

grazie, grazie di cuore a tutti. Grazie Leandro, grazie Sergio!

Il predicatore un anno dopo

(la prima parte di questa storia la puoi leggere qui )

 

Ancora non capiva come tutto quello che gli stava capitando fosse possibile. Lui, che pensava che il mondo gli dovesse un tanto, una qualche gratifica, un riconoscimento, un attestato, qualcosa, insomma, che rendesse chiaro a tutti che lui aveva svolto un importante compito in mezzo alla gente. Che aveva sostenuto, accompagnato, consigliato, abbracciato, lui, che si era sentito un po’ babbo e un po’ fratello di tante persone, lui….

Aveva dovuto arrendersi. Avrebbe voluto, si, essere importante per molti, e probabilmente c’era dell’amore sincero nel suo cuore, della compassione (di tutt’e due i tipi, intendiamoci: sia quella buona che vuol dire “patire insieme”, farsi prossimo, insomma, sia del tipo diciamo pure un po’ più dialettale…quella di quando si dice “mi fa compassione”, e con questo ci si dichiara estranei, alla fine, della vita degli altri. In una semplice parola: superiori).

Quando aveva capito, alla fine, che le sue erano solo parole vuote, e si era rivolto alla “scuola di predicazione”, quando alla fine si era arreso, aveva smesso di lottare, e aveva chiesto, lui, aiuto, era iniziato un periodo della sua vita davvero incredibile.

In effetti, era rimasto molto meravigliato. Immaginava che il suo studio sarebbe stato in massima parte fatto di ripetizioni di concetti, creazioni di situazioni, battute ad effetto sperimentate nella Storia della Predicazione, ma le sue lezioni apparvero subito molto, molto diverse da quello che si sarebbe aspettato. Avrebbe forse studiato a memoria famose prediche, sermoni, omelie, discorsi tenuti da famosi personaggi di tutta la storia? Quando avrebbe cominciato a ripetere parola per parola le parole eterne?

In effetti, le cose non andarono così. Dopo essersi sistemato nella sua stanza, venne da lui l’uomo del fiume, il cieco, colui che gli aveva alla fine aperto la porta della Scuola di predicazione.

“Bene” disse l’uomo, “è tempo di cominciare, devi fare molto lavoro”.

“Che cosa devo fare, Maestro?”

“Devi tornare sul fiume, chiudere gli occhi e guardare così le cose che ti circondano”

“Maestro, ma come! Devo chiudere gli occhi e poi guardare… non capisco!”

Amico mio, devi imparare ad ascoltare. Devi imparare ad ascoltare. Anzi, devi trovare il fiume tenendo gli occhi chiusi, uscirai da qui con gli occhi chiusi, non bendati, ma come i miei, che sono chiusi. Pensi che io sia davvero cieco? Ti sbagli!

Coraggio. Oggi ti accompagno io verso il fiume. Il vento ci indica la direzione, non possiamo sbagliare.”

E così, per molti giorni, e settimane, e mesi, ando’ sulla riva del fiume, da solo.  Dapprima stette come un eremita, seduto immobile, senza capire dove si trovasse, con la luce del sole che premeva, lo sentiva, sulle sue palpebre serrate, e poi piano piano, imparò a dividere i suoni della città da quelli della campagna, imparò a conoscere il vento, e com’era diverso se soffiava attraverso le canne, oppure sull’ erba, o sull’acqua!

Imparò a sentire il debole vibrare dei fili d’erba, a riconoscere l’altezza dell’erba dal suono del vento, immagino’, vide…..l’erba piegarsi, allinearsi, chinarsi fin quasi a terra, capì il vento che scivolava su ogni filo d’erba, e intorno alle canne, e come queste facessero un bel rumore toccandosi tra loro, sempre lasciando spazio al vento…. e comprese le piccole onde sul fiume, e il debole sciacquare contro la riva, e i tuffi dei pesci. Si riempì il cuore di gioa a sentire sulla riva opposta del fiume i giochi dei bambini, i richiami delle mamme, e le voci delicate degli innamorati, e il loro passeggiare tranquillo.

E ripensò anche alla sua vita, a come era successo che si fosse imbarcato in questa incredibile avventura, a come la verità sia, alla fine, quella che aiuta a vivere, la verità qualunque sia, l’accettare se stessi così come si è, accettare la gioia, quando viene, e anche il dolore, perché non si può scansare, evitare.  Ripensò a quanto ogni momento di scoraggiamento era servito a renderlo più forte, a come anche il vento era passato su di lui, allo scompigliarsi dei suoi capelli, e capì che, alla fine, questo era vivere, accettare la presenza del vento, imparare a piegarsi, imparare a ringraziare, risuonare, vibrare, muoversi, come l’erba, come le canne, come l’acqua del fiume.

Capì, allora, che nessuno sarebbe stato come lui, e lui come nessuno. Non migliore, non peggiore. Nessuno poteva sostituirlo, e le persone che avrebbe incontrato sarebbero state sempre speciali per lui, uniche, vere, belle, importanti come ogni filo d’erba, come ogni canna, come ogni piccola onda.

Alla scuola di predicazione incontrò il suo maestro. Lo abbraccio’, e pensò al sole e al vento, e alla pioggia che aveva sentito sulla pelle in tutto quel tempo, e glie ne fece dono. “Ti voglio bene” gli disse.