Un attimo prima.

Io non lo so se vi è mai capitato… di sentire davanti come un confine, una linea immaginaria ma non per questo meno forte, meno determinata, una linea verso la quale siamo spinti, e che fugge da noi alla stessa nostra velocità, tanto che dubitiamo che esista, che sia reale, e non, piuttosto, frutto dei nostri sogni, delle nostre paure, o dei nostri desideri.

Ci stavo pensando ieri, che sono tornato al paesello a far visita ai vivi e ai morti, accomunati tutti dalla distanza da riempire…. in tutto, deviazioni comprese, circa 4 ore in macchina da solo, a sentire musica, a cantare, a sentire e ripassare lezioni di gospel, e non ultimo una bella chiacchierata col coach, col quale mi era rimasto un discorso in sospeso…

Beh, insomma, non so se avete in mente com’è la collina, o la montagna, alla fine dell’inverno. Perde la durezza della stagione fredda, del gelo, e i rami, seppur stecchiti ancora, hanno un che di gentile, di dolce, che non è più rassegnato, ma fiducioso, tranquillo. I colori caldi delle tonalità brune la fanno da padrone, i fianchi delle colline sembrano coperte non da boschi, ma da un morbido tappeto, una moquette uniforme, e verrebbe la voglia di accarezzarli, e continuare a sognare.

Anche le montagne, nella luce della sera, appaiono meno altere, e quasi più reali del solito. Sulle creste più alte ancora la neve, come in una clessidra, si scioglie in mille rivoli che ripetono continuamente la loro canzone:

“Liberi, liberi dal crudo gelo

scendiamo a valle lieti, cantando.

Senti, ascolta, impara

e canta con noi questa canzone.

Per tutti viene il tempo

del sole e della luce,

della forza e delle pazze corse.

Aspetta, viene il tempo,

e non si fa arrestare

da un orologio rotto.

Dopo la notte viene il giorno

passerà da qui l’ombra e verrà il sole.

Che tu sia goccia o ruscello,

o fiume, lago, mare,

non è per sempre il gelo.”

E’ un’aria strana, quella che si respira, o forse sono i miei occhi e la mia mente che pensano ai fianchi verdi dei monti, all’erba nuova nei campi. Aspetto. Il tempo passerà

Il predicatore

.

Un predicatore andava di paese in paese, cercando d consolare la gente, di portare speranza, di riportare il sorriso negli uomini ormai ingrigiti dalla noia del vivere. Ma non aveva successo. Aveva il cuore traboccante di parole di conforto, mille immagini belle, dentro di se’, per meravigliare i suoi ascoltatori, ma quando cercava di spiegarle nessuno lo capiva.

Era un predicatore inutile. Parole nel vento, discorsi che rimanevano vuoti, e vuoto rimaneva il cuore del predicatore, amaro, compreso della propria inettitudine, della assoluta incapacità, della propria inadeguatezza. Ma perché’, si domandava, perché’? Non è vero quello che io mi sento dentro? A cosa serve avere una ricchezza immensa, se non ne puoi distribuire a piene mani? Cosa doveva fare? Chi poteva aiutarlo?

Camminando per la città si trovò d’improvviso davanti ad un portone, con sopra un’insegna: “Scuola di Predicazione”.  A cosa mi serve, disse, a cosa mi serve. Io so già tutto quello che mi serve sapere. Forse non è questo il mio tempo. Il mondo non mi capisce. Forse questa terra, che nemmeno capisce bene le mie parole, non è il luogo giusto per la mia opera.

Se ne andò, il predicatore, più triste che mai.  Gli faceva compagnia lo splendore della verità che portava dentro di se’, e che era per lui consolazione, ma anche tristezza. Come era possibile, come era possibile. Lo splendore della verità che sentiva in se’ non raggiungeva chi lo ascoltava, era come se ci fosse un muro di incomprensione davanti a lui, un muro che appariva invalicabile, e indistruttibile. Se talvolta cercava di ascoltare se’ stesso parlare, tutto appariva chiaro, bellissimo, egli stesso si commuoveva delle sue stesse parole. Ma nessuno capiva. I destinatari del messaggio erano dunque degli insensibili? Gia’ così freddi, erano?

Camminando, giunse alla riva del fiume, dove un altro uomo stava, come in ascolto del fruscio del vento, seduto vicino all’acqua. Sembrava triste, l’uomo, e il predicatore si impietosì, e decise di avvicinarsi, e parlargli, certo che sarebbe riuscito a riportare il sorriso sulle sue labbra. Lo salutò cortesemente, e stava gia’ per lanciarsi in qualche frase di circostanza quando l’uomo parlo’, improvviso.  Aveva una voce dolce, profonda, eppure lieve, e le parole sembrava di vederle salire nell’aria, e spiegarsi, mostrandosi.

“Per favore, descrivimi quello che vedi, sono cieco. Parlami del fiume, degli alberi, delle piccole onde, delle rane, e dei tuffi dei pesci. Ti prego, dimmi quello che senti, dimmi quello che vedi. Basta la bellezza del paesaggio, non importa altro. Le canne si piegano al vento? La corrente è lenta e tranquilla? E i bambini, dimmi dei bambini: stanno giocando, e ridono e scherzano? Sono felici? E il sole? Com’è il sole?

Ti prego, dimmi la verità! Avevo la vista, un tempo. Cosa è rimasto da allora?”

La voce dell’uomo si spense, improvvisa, e fu come se fosse tornato inverno. Il predicatore aprì la bocca, la richiuse, tornò ad aprirla, come boccheggiando, come cercando l’aria. Non riusciva a parlare. Avrebbe voluto raccontare all’uomo tutto del fiume, perché anch’egli amava il fiume profondamente, ma non trovava parole, come se un vuoto si fosse gonfiato dentro di lui,improvviso, lasciandolo alla fine inutile, lì sulla riva del fiume.

Con uno sforzo infinito abbracciò l’uomo, lo strinse come a volerne penetrare l’essenza, e disse: “Si, amico, è tutto come lo ricordi, tutto come lo ricordi.”

Col cuore finalmente lieve se ne andò e camminò ancora a lungo per la città, finché si ritrovò di nuovo davanti al portone della Scuola di Predicazione. Ecco, tutto era chiaro, adesso, quello che era stato, quello che doveva fare,  ecco una rotta sicura, un faro, un porto

Bussò con decisione al portone e, quando questo si aprì, non si meravigliò di riconoscere l’uomo del fiume, anzi, immaginava di trovarlo.
Disse solo tre parole: “Insegnami a parlare.”
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Una nota…..
E’ una metafora, evidentemente ma, come ogni metafora, la possiamo specchiare nella realtà. I personaggi immaginari, allora, diventano personaggi reali, e si potrebbe chiedere loro di raccontare stavolta la storia vera….oppure non serve, e basta chiudere gli occhi, per un attimo, e vedere la propria vita in questa storia, e da questa lasciarla filtrare dolcemente, senza timore.
Così possiamo, una volta tanto, accettare di discutere noi stessi come in un gioco di ruolo, perché alla fine, ognuno di noi ha qualcosa da dire, qualcosa da insegnare, qualcosa da imparare. E ultimo, ma non meno importante, qualcuno da ringraziare.