Quando la musica decide da se’.

Dopo il post “Cantando”, ripropongo anche qui questo post, già ospitato altrove nel mese di maggio di quest’anno. Spero di non annoiarvi, ma queste sono le cose alle quali tengo. Si può comunque dissentire, ovviamente, e il campo dei commenti è sempre libero e a vostra disposizione.

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Causa alcuni stimoli urgenti e recenti (no, non sono andato in bagno, ma a sentire un concerto gospel) sono tornato a dare un occhiata sul tubo alla roba di Sister Act. Mi dovevo togliere dei dubbi (oh, Lilla, avevi ragione, una Joyful ragione) e poi non ho resistito, e mi sono risentito Oh happy day, col ragazzino quasi afono che poi trova coraggio e voce.

Come al solito mi sono commosso, si, quella cosa con le lacrime che scendono giu’ e la faccia che si fa’ strana strana. Perche’ per me è una bella rappresentazione di un momento “magico” (parola schifosa, applicata al gospel, ma essendo pazienti si arriva al paradiso), il momento nel quale “la musica decide da se'” , e si lascia sentire di dentro, e ti fa capire che tu puoi essere anche il mezzo per farla uscire fuori.

Quando la musica decide da se’, e ti avverte che non vuole stare piu’ chiusa, e si libera.

Quando la musica decide da se’, e ordina anche al cuore di andare a tempo. Il suo

Quando la musica decide da se’……

Quando la musica decide da se’, anche il ragazzino afono di Sister act, alla fine torna al suo posto, e si guarda intorno, e nulla e’ piu’ come prima, e non si rende conto di come sia successo, ma ha capito di non essere piu’ la stessa persona. Cavolo – pensa – proprio a me e’ succesta questa cosa?

Se allora guardi anche in alto, o dentro al tuo cuore, tu che hai cantato, tu che hai dato il tuo cuore perche’ suonasse la tua canzone, tu che hai aperto gli occhi, e visto cose nuove, tu che hai visto persone ridere, ballare, cantare con te, ed essere felici, tu che dicevi “solo la melodia vale” tu che pensavi di essere un flauto, un corno, un violino o un violoncello (ma quant’e’ bello il violoncello, con quelle sue note profonde e vibranti, oh, si, solo melodia, solo melodia) ecco, se guardi in alto, o nel tuo cuore, che poi sono lo stesso posto, ti sentirai in pace, ti sentirai completo, felice.

Non a caso spesso nel gospel si canta “l’origine della nostra forza” . Dio, nostro rifugio e scudo, nostro sostegno e riparo.

Dice il salmo 121:

Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?

Il mio aiuto viene dal Signore,
che ha fatto cielo e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.

Non si addormenterà, non prenderà sonno,
il custode d’Israele.

Il Signore è il tuo custode,
il Signore è come ombra che ti copre,
e sta alla tua destra.

Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

Il Signore ti proteggerà da ogni male,
egli proteggerà la tua vita.

Il Signore veglierà su di te,

quando esci e quando entri,
da ora e per sempre. (Salmo 121)

ma in TOTAL PRAISE si passa subito al sodo, alla fede certa:

Signore, voglio alzare i miei occhi verso le colline

ma so gia’ che il mio aiuto viene da te.

Tu mi doni la tua pace

(oh, la pace, che dono meraviglioso, il primo dono del Risorto)

finche’ dura la tempesta

(oh, Signore, tu non perdi mica tempo a darmi pace in un bel giorno col sole nel cielo e gli uccelli che cinguettano, tu vieni durante la tempesta)

Tu, sorgente della mia forza;

Tu, forza che mi tiene in vita,

A Te innalzo le mie mani lodando tutto di te.

AMEN

E se dici quell’AMEN prova a cantare ancora come se tu fossi un flauto, un clarino o un violoncello. Avrai un a sola possibilita’ una solo opzione:

Cantare come un figlio di Dio.

Oh, quando la musica decide da se’……

Giorni di festa



Siamo strani, mi pare, o forse siamo soltanto umani. Abbiamo bisogno, ogni tanto (beh, per l’esattezza: ogni anno) di celebrare date particolari, eventi della vita della nostra Nazione, o della nostra fede, che hanno una particolare importanza. Se da una parte tutto ciò è bello, dall’altra mi vien da pensare che se non ci fosse la festa si perderebbe anche la ragione della festa.
Faccio un esempio: abbiamo la festa della liberazione, grande festa! Ma negli altri giorni, cosa succede? Ci dimentichiamo della libertà? Del prezzo che è stato pagato per conquistarla? Di coloro che hanno dato la vita? Ci ricordiamo della libertà? Ci sentiamo liberi? A cosa serve una festa se non ci rendiamo conto che l’evento legato a quella festa ha cambiato profondamente la nostra vita?

Parlando delle feste religiose: abbiamo chiaro dentro di noi che dopo quel primo natale di cui facciamo memoria ogni 25 dicembre il mondo è cambiato? Che il Verbo di Dio si è fatto carne e da allora Egli è l’Emmanuele, il Dio – con – noi? Com’e’ possibile talvolta sentirsi soli, abbandonati (e succede, succede anche a me!)? E questo vale per ogni festa in cui facciamo memoria di un evento. Il fatto è avvenuto, ora a noi resta da renderlo reale ogni giorno.
La settimana scorsa, alla Scuola Gospel, abbiamo cominciato ad orecchiare (io ho cominciato, gli altri la conoscevano già) un brano bellissimo, semplice, gioioso -eh, se non era gioioso non se ne parlava nemmeno- “Every day is the day of Thanksgivin’ ” ,che dice, piu’ o meno:

Ogni giorno è un giorno del Ringraziamento.
Dio è stato tanto buono con me,
ogni giorno Egli mi dona la sua benedizione.
Prenditi il tempo, adesso, e da’ gloria al Signore.”

Ma tu guarda il caso, adesso, oggi, proprio oggi, è il “Thanksgivin’Day”. La festa ricorda il primo raccolto dei Pellegrini in terra d’America, che fu vissuto come “provvidenza di Dio”.
Ma, dico io, per coloro che credono in Dio, per coloro che pregano spesso, forse ogni giorno con le parole del Padre nostro “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, e che continuano a mangiare, giorno dopo giorno, ritenendosi debitori solo verso se’ stessi della ricchezza che si sono procacciati, ma un piccolo dubbio non viene?
E quante sono davvero le cose per le quali dovremmo prendere il tempo e ringraziare il Signore?
Per quanto mi riguarda vorrei oggi ringraziarlo per il dono degli amici, dono prezioso, bellissimo, che sento particolarmente in questi giorni un po’ speciali.

Eli, Coach, non vi fischiano un po’ gli orecchi?

***ho proprio voglia di far festa! ***

You raise me up


Vabbe’, non è tutto perfetto. In me, nella mia vita, nella percezione che io ho di me stesso. Non è tutto perfetto, perchè io uso parole delicate, spesso, e non mi voglio ferire, ho paura di farmi troppo male. Non è tutto perfetto, perchè? Ma cosa, ti pare che tutto sia perfetto intorno a te? No, ma cavolo, io vorrei essere non dico perfetto, ma almeno accettabile. va’, nella media.
Parlo con le persone e riesco immancabilmente a far capire fischi per fiaschi, e quando succede, e nessuno parlava di fischi e di fiaschi, ma di cose piu’ importanti; e quando vorresti essere una mano tesa, ma dico, mica una mano tesa speciale, una mano che alza i palazzi, nooooo…una semplice mano umana, una mano tesa, un contatto tra persone, poco più di quello che succede quando nella folla sfioriamo l’esistenza degli altri. Una piccola, povera, mano tesa. Perchè noi umani abbiamo questo bellissimo gesto del tendere la mano, che è il principio dell’uscire da se’ stessi, molto prima dell’abbraccio, che è vera terapia…. Una mano tesa, perchè io ho bisogno di sentirmi vicino a te, perchè non voglio pensarmi indifferente, chiuso. Perchè tra me e te, chiunque tu sia, si sono passati momenti belli e voglio farti sapere che per me sei importante anche quando non mi fai sorridere, non mi fai cantare.

Ma rimane il fatto che non tutto è perfetto, in me. Allora, quando “penso positivo” dico a me stesso: “ma che fortuna, guarda che grandi margini di miglioramento che hai”, ma quando sono giu’ mi sento proprio di m….. (non ho contato i puntini).
Non so cosa sia, forse il mio lato scuro (ma ora è un po’ troppo che dura) forse non so accettarmi, forse trovo piu’ semplice guardarmi dall’alto (dove vorrei essere) e vedermi laggiu’ in fondo, piccino….

Di solito vado d’accordo con tutti, mi piace stare in compagnia, anche se non ho grandi argomenti di conversazione, ma alcune persone pian piano sono diventate importanti. Non mi sono mai confidato con nessuno, non ho mai aperto il mio cuore. Ma succede che alcuni abbiano il potere di risollevarmi, con la loro presenza, col loro essere quello che sono, coi “regali ” che mi fanno.

Adesso ha preso campo la musica. La sento dentro, e non ho ancora deciso se mi sta mangiando la vita, o se me la sta donando ancora goccia a goccia.
Mi scappa da ridere, quando mi guardo allo specchio, mi sento buffo a pensare che io canto, che io voglio cantare, che mi piace cantare, e tutto il mio cuore se ne va’ a spasso mentre canto coi miei amici del coro, o ancor di più, alla scuola gospel, o anche quando sono da solo. Io canto.
Ma ieri, e stamattina proprio prima di decidere per questo post, ho ascoltato Josh Groban che è vero, mi fa piangere, ma di nascosto lo posso ancora fare. Perchè devo recuperare la mia sensibilità, la mia verità, perchè non posso vivere per sempre a rimorchio dei miei amici.
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Questo post vorrebbe dire due cose:
Scusa: a tutti quelli che hanno fiducia in me, e io non ho saputo meritarmela.
Grazie: a tutti quelli che in un modo o nell’altro mi hanno manifestato la loro amicizia, la loro benevolenza, il loro affetto. Non possono immaginare quanto sia importante per me.

1) Amazing Grace

Tag: SINGIN’ THE GOSPEL

Vorrei iniziare con questo post una serie di commenti ai brani che impareremo alla scuola gospel che frequentiamo io e l’Eliduin. Questi commenti non hanno nessuna pretesa, se non quella di far da cassa di risonanza ai suggerimenti che salgono dal cuore cantando, cercando una strada per raccontare il gospel, il vangelo, a tutto il mondo. Saranno sempre graditi i vostri commenti, se ne avete. Chissà cosa ne verrà fuori?

Amazing grace

Mi ha colpito, e da un po’ ci penso, una particolarità di questo antico inno. Sembra quasi scritto, almeno il primo verso, per dare indicazioni all’ascoltatore, sembra quasi voglia dire: “Attento! Tu che sei stato salvato, tu che sei stato redento dal Signore, tu che hai visto la tua sorte mutata, la tua condanna cancellata. Attento!”
…..Attento, perchè il detto “fatta la grazia, gabbato lo santo” sta sempre dietro l’uscio. Per aiutarci a mantenere viva l’attenzione, il buon John Newton inserisce due frasi:
la prima: “I once was lost, but now I am found.”
“Un tempo ero perduto, ma ora sono ritrovato”
la seconda: “Was blind but now I see.”
“ero cieco ma adesso io vedo”

La prima frase mi riporta alla mente la parabola del ” Padre Misericordioso”, detta anche “del figliol prodigo”. (Luca 15) “Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

In questa frase il ricordo della misericordia del Padre, della pazienza del Padre, dell’amore del Padre, di quell’amore che ci rinnova, che ci dona vita, che ci chiama figli anche quando abbiamo ripudiato ogni figliolanza, quell’amore che si prende cura, che non abbandona, che attende, che spera. Quella misericordia che certamente John Newton ha sentito su di se quando per lui è crollato il mondo fatto di denaro, di certezze, di sopraffazione, quando il suo cuore si è aperto, o forse è stato aperto, ed è stato inondato dall’amore. “Amazing grace, how sweet the sound that save a wretch like me!” Anche lui è stato ritrovato, lui che era perduto, è tornato a casa.

La seconda frase mi porta al racconto evangelico del cieco nato (Luca 9), che ha questo epilogo:

“23 Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età, chiedetelo a lui!».
24 Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». 25 Quegli rispose: «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo». 26 Allora gli dissero di nuovo: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». 27 Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». 28 Allora lo insultarono e gli dissero: «Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! 29 Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». 30 Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31 Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. 32 Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33 Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».

Ci parla della necessità di testimoniare. Ero cieco, adesso ci vedo.
Chiedete, e vi dirò quello che è successo, e seppure non chiederete voi tutti mi conoscete, mi avete visto mendicare, seduto agli angoli delle strade. Ero cieco, ma Gesù mi ha guarito. Cos’altro posso dire?
Preghiamo che il Signore ci doni la forza di accettare la sua misericordia nella nostra vita, e anche il coraggio e la fermezza per testimoniarla ogni volta che ce ne sarà chiesta ragione!



Sorriso


Mercoledì pomeriggio, sto lavorando. (curiosi! lavoro in una fonderia, il mio lavoro consiste nel produrre anime – oh, yes, anime! – ad una macchina sparaanime. Lavoro non faticoso, ma noioso. Oggi, 600 pezzi tutti uguali. Prendi, appoggia, spara, prendi appoggia sparaprendiappoggiaspararendiappoggiasparapre…..)
Per fortuna l’MP3 mi manda a tutta canna la registrazione di lunedì scorso alla scuola gospel, e il tempo passa un po’ meglio (correggo: MOLTO meglio)
Ad un tratto, avverto un movimento alle mie spalle, mi volto e vedo un collega marocchino, molto giovane, che mi guarda divertito.
“dai, dai, continua, ti sentivo cantare, ti vedevo saltellare…. ” (accidenti, dovevo davvero essere uno spetttacolo)
“beh, – dico io – anche a te farebbe bene (faccio il gesto ai lati della bocca) sorridere un po’, non pensi?”
“Eh, sì, magari, ma mica mi posso stampare un sorriso falso sulla faccia! Quello non mi piacerebbe davvero, a cosa serve?”
“Ah, no, il sorriso ce lo devi mettere vero”
“Sì, sembra facile, stando qui….” risponde lui.
Ok, ti dico cosa stavo ascoltando, va bene? Allora, vediamo: Gloria (gloria a Dio, anche tu spero sia d’accordo su questo, no?)”
Certo, va benissimo”
Alleluia! – che vuol dire «Lode a Dio», sei d’accordo anche con questo, no?”
“Si si, va bene”
“Okkey! Ora la parte più difficile: “Da quando ho lasciato cadere i pesi della mia vita” (ovviamente li ho lasciati nelle mani di Colui che li puo’ portare) Insomma, ci vuole fiducia in Dio! E dopo, prova a sorridere! Vedrai, sarà senz’altro piu’ semplice.”
Se n’e’ andato ridacchiando, probabilmente dicendo:“Ah, questi cristiani!” ma….
L’ho incontrato mentre stavo uscendo. Il suo sorriso mi è sembrato diverso.
E non era affatto falso.

Glory, glory hallelujah
Since I laid my burden down

Conchiglia e bastone

(Questa immagine appartiene a Giulia Corti)

Tanto lo sapevamo, mia moglie ed io, che quest’anno ci toccava. Giulia, la nostra “piccola” (21 anni) ha deciso di andare a fare il cammino di Santiago, e non ci sarebbe stato modo di dissuaderla. Ma diciamola tutta, anche a me sarebbe piaciuto farlo, è “il cammino”, quello vero, e la conchiglia e il bastone del pellegrino…. per cui uno ci prova, per un po’, a dire, ma pensaci, ma è un’impresa grossa eccetera eccetera, ma poi, c’e’ poco da fare.
E dunque è partita, col suo amico Francesco, loro tranquilli e sereni, noi col cuore stretto stretto. Ma, devo dire, ci hanno fatti stare tranquilli. Hanno chiamato tutti i giorni, e ho sentito Giulia sempre contenta, sempre entusiasta, anche quando per le vesciche ai piedi è dovuta ricorrere alle cure del pronto soccorso (e ho visto i piedi dopo un mese e mezzo, e non era davvero un bello spettacolo). Ma sono andati sempre avanti, e alla fine mi è arrivato un mms con la foto del santuario di Santiago…. è stata davvero una gioia, e sono stato felice e fiero. 800 km a piedi, 32 giorni, non sono mica uno scherzo! Comunque, dopo pochi giorni di relax a Santiago e una puntata a Finisterre, sono tornati.
Giulia non ci ha raccontato molto, ma la vedevamo felice, serena, soddisfatta, e questo ci bastava. Qualche piccola curiosità, l’emozione di arrivare a Santiago….
Era ottobre, se non sbaglio, verso la metà, e Giulia mi ha chiesto l’auto per la domenica, voleva andare insieme ad una amica al mio paese natale, Sillicagnana (a proposito, dato che mi dicono che di queste cose non ho mai parlato, o quasi, per vedere un po’ della storia della mia famiglia e l’avìto paesello, coloro che lo desiderano possono sbirciare qui) e qualcosa della Garfagnana.
Andata e tornata, come al solito senza commenti, senza raccontare nulla, se non le strade folli che il navigatore ha fatto loro percorrere….

Avevo messo anche io in programma di andare a Sillicagnana. Avevo proposto alla nostra Eli(e al Gandalf), e anche alla nostra amica Lucia di accompagnarmi ma impegni sopraggiunti loro all’ultimo minuto mi hanno costretto a fare il viaggio da solo.

Nel viaggio di ritorno son voluto tornare al parco dell’Orecchiella, per vederlo nella sua veste autunnale. Bellissimo, bellissimo.
Sono tornato a vedere il posto dove un giorno d’agosto del 1972 siamo stati con tutta la famiglia, mio padre, mia madre, mio fratello, la sua fidanzata, una coppia di amici di mio fratello e mio zio.
Mi ricordavo la Faggia della Vipera, e il prato davanti e il bosco alle spalle, con la piccola sorgente freschissima, e le risate, e il vino, e la polenta, io che suonavo la chitarra e i canti sgangherati, e la bandiera, fatta con un sacchetto di plastica e la scritta di succo di mirtillo “gruppo Firenze” ….
Il bosco, adesso, era un tappeto di foglie rosse, e gli alberi dritti, chiari, quasi stretti gli uni agli altri, e il grande prato sembrava poco piu’ che una radura.
Un po’ di nostalgia, per quello che è stato e sarà sempre un ricordo gioioso della mia famiglia, e un attimo di commozione.

Perchè noi ci sentiamo bravi, giusti, perchè non riusciamo a capire gli altri, i figli , soprattutto, che sentiamo superficiali, ma solo perchè non ci dicono tutto…
La mattina ero stato al cimitero, a trovare papà e mamma. Non c’era nessuno, la giornata era bellissima, qualche nuvola in giro per il cielo, qualche bruma in basso, nella valle.

Il cimitero del mio paese è davvero un luogo di pace. Mi sono avvicinato alle tombe dei miei e ho visto che qualcuno aveva messo una qualche medaglietta legata alla lampada votiva del babbo…. vabbe’ ognuno si accomoda e fa’ come gli pare, ma vedo che ce l’ha uguale anche mia madre, guardo meglio, ho sentito davvero un colpo al cuore. Non erano medagliette ma due piccole conchiglie , segno del cammino di Santiago, lasciate da Giulia, portate da Giulia. Ne sono sempre piu’ convinto: chi cammina non è mai solo.

Storia di mare, di Sirene e di naufraghi


Insomma, dai picchia e mena la Eliduin mi ha convinto ad andare a sentire una prova della Scuola Gospel della nostra città. Scuola nuova, idea nuova, tutto nuovo.
“Ma dai vieni, ma di che hai paura, ma vieni a sentire, a te piacerebbe, s’impara qualcosa… “ … sembrava proprio che avesse studiato dalle mitiche Sirene, e io vedevo l’affilato scoglio avvicinarsi sempre piu’… insomma, uno scoglio è sempre uno scoglio, no? Il mondo ne è pieno! E poi, magari sullo scoglio ci trovo qualche mitile, qualche cozza, insomma, e non muoio di fame…
Vabbe’, dai, vengo…. o Sirena, ma siamo sicuri, eh? Dai, dai, te lo dico io….
(E poi bisogna considerare che all’improvviso mi sono ritrovato con tre lunedì liberi, imprevisti, e una breve serie di strane circostanze che mi incoraggiavano, come onde, ad andarmi a sfracellare, io e la mia grossa mole, sul duro scoglio, nudo e senza cozze)
MA ICCHE’ TTU’MM’HA’ DETTO!

Allora, la cosa è andata così:

“Ecco, Coach, questo è un amico che canta con me, è venuto a sentire….”
“Ciao, Coach, mi chiamo Brandy, spero di non disturbare; la Sir… l’Eliduin ha tanto insistito ed è tanto entusiasta di questo scogl… pardon, di questa scuola…”
“Ciao, Brandy, benvenuto. Ma qui a raccattare cozze non vien nessuno… volevo dire, a sentire non vien nessuno. Porte aperte per chi canta, e chi non canta parte”
“Ma io…. me….. lo scoglio….. non so nuotar… volevo dire, non so niente, come faccio a cantare?”
“Zitto e canta”
In effetti notavo già una certa difficoltà nel cantare zitto, ma il Coach è arcigno, anche se finge di sorridere, e si vede che finge, che non ha i baffi come me.
Insomma, è andata che dovevano preparare una festa e, con la scusa degli esercizi di respirazione, mi hanno fatto gonfiare tutti i palloncini A ME che c’ho anche l’enfisema…
Finalmente, sono finiti i palloncini (non ne ho scoppiato nemmeno uno, dice il Coach che come gonfiatore di palloncini faccio proprio pena, e la prossima volta di portarmi la bombola che tanto non c’e’ speranza) e abbiamo iniziato a cantare.

E qui devo, come si suol dire in questi casi, cambiare registro.

Abbiamo provato due brani e bisogna dire che la tecnica del Coach è forte, e si impara in breve tempo, anche se pare di stare nel mare in tempesta, ma non sullo scoglio, ma in mezzo alle onde, dove non si tocca.
Bisogna cantare e basta.
Ma il grosso problema, se così lo vogliamo chiamare, è stato il secondo brano. Sempre quel maledetto caso (come lo chiamiamo noi della Contea), quell’assurda fatalità, quel tranello, quella botola che ti si apre sotto i piedi.
Maledette “terzine” di Amazing grace, che ti entrano in fila indiana nel cuore mentre tu cerchi di cantare antiche parole di meraviglia, mentre ti ascolti, e ti lasci trascinare in un percorso imprevisto, in una danza del cuore, in una gioia che ti si pianta dentro, nel trovare, finalmente, l’armonia con te stesso e con gli altri.
E sembra davvero di essere nel mare, ed essere cullato, e lasciarsi cullare, e sentire la corrente che ti trascina e non sai dove, ma tanto, di cosa ti preoccupi, il mare, il Mare si occuperà di tutto.
Amazing grace… , John Newton, cosa hai sentito, cosa hai visto, cosa hai trovato quando hai scritto”how sweet the sound that save a wretch like me”?
Io sento il bellissimo arrangiamento del maestro Nehemiah Brown, e anche il mio cuore è toccato da questo suono, e vorrebbe trovare il modo di dire grazie, di cantare grazie, di gridare grazie a tutte le sirene del mondo, a tutti gli scogli senza cozze, alle onde del mare, e al caso, come diciamo noi della Contea.


Ma poi, ma poi… sei tornato a casa e ti senti diverso, e come un calore innaturale, che par febbre, ti ricorda che hai iniziato una strada nuova, anzi, no, che hai visto la scia di una nave e cerchi di seguirla, prima che scompaia, prima che ti abbandoni nella solitudine, prima di diventare definitivamente un naufrago senza zattera e senza salvagente, costretto a seguire l’unica nave nel tuo mare, l’unica che abbia una bussola, che sappia la strada.
Continui a nuotare nella scia, anche se senti di non poter competere coi grandi motori marini, coi grandi naviganti, con le bussole giroscopiche, il GPS e via di seguito.
Non vuoi essere un naufrago, un senza terra, un disperso.
Approfitterai delle creste delle onde per guardare lontano, quando ce ne sarà l’occasione, e quando sarai nel profondo incavo del mare, aspetterai.

“I once was lost, but now I’m found”