Messa a fuoco

Dal 1957 al 1966 la mia famiglia ha abitato a Viareggio. Una pacchia, per un ragazzo come me (ragazzo, meglio dire bambino, va’, nel 57 avevo 4 anni e nel 66 ne avevo 13) . Il mare, la pineta, il porto. Proprio questo era uno dei miei posti preferiti. Mi piaceva andare a vedere le barche – sia i pescherecci che le barche da diporto, soprattutto quelle a vela…. Quando il tempo era un po’ così così, e tirava vento, e il cielo era coperto e anche le acque del porticciolo erano appena mosse dalla mareggiata che andava a cozzare contro i moli foranei, ascoltavo lo sbattere delle manovre sugli alberi, e sognavo viaggi improbabili. Sul molo lo sguardo si perdeva nell’infinito verde e grigio del mare in burrasca e il gioco consisteva nel non lasciarsi prendere dagli schizzi delle onde. Ma vedevo sempre i grandi spazi e i miei occhi non si concentravano mai su qualcosa, ma andavano sempre irrequieti spaziando fino all’orizzonte, cercando magari di superare quella striscia insesistente eppure tanto chiara per me. E così sono cresciuto nella disattenzione, nel girare gli occhi continuamente alla ricerca di cose nuove, non essendo mai pago di quel che avevo dinanzi. Troppe, troppe cose da vedere, da sognare. Nel 1966 la mia famiglia si è trasferita a Prato. La città è stretta nelle sue mura e io da principio la percorro a piedi, poi in bicicletta. Imparo a conoscerla, ma ancora non a guardarla. Non amo ancora il castello dell’Imperatore, le piazze, le chiese. Mi piace lo strano intrico dei vicoli, così diverso da Viareggio con le sue strade diritte, che si sa come cominciano e come finiscono. E’ autunno e non vedo il colore della pietra, non sento gli odori, i rumori. Ancora troppi stimoli, ancora una città troppo nuova, tutta da vedere, come trovarsi all’improvviso dietro quell’orizzonte che tante volte sul molo di Viareggio ho cercato di valicare. Ma poi, nella vita, talvolta si trova un maestro che ci prende per mano, e ci spiega come stanno le cose, che il tutto non esiste di per sè, ma è fatto di tante piccole cose, da particolari, da singole pietre, da tegole sui tetti, dalle macchie d’umido sui muri, da colori diversi, intonaci scrostati, cortecce d’alberi….. E’ venuta la nebbia, che non avevo quasi mai visto, e mi ha spiegato che per vedere mi devo avvicinare, che le cose si scoprono passo passo, che non si puo’ vedere tutto insieme, nello stesso istante. La nebbia che mi ha mostrato come l’aria ha un suo spessore, e come il vento ha un suo disegno, nel trasportare tra i vicoli gli sbuffi di vapore. Perche’ anche la nebbia non è una massa compatta, ma sono mille fiocchi, che fasciano cornicioni e scale, che bagnano gradini e colonne, la nebbia, che anche sui miei capelli e sui miei abiti lascia il suo ricordo bagnato. Il campanile di San Bartolomeo mi mostra la sua base intonacata, gialla, e il marmo della parte piu’ alta s impasta con la nebbia, e devo cercare con la mente, e immaginarmelo che sale nella nebbia sicuro, con i suoi archi e le sue campane. Oggi posso sapere che esistono solo dal suono, che mi arriva quasi ovattato, coperto. La nebbia non distingue le cose, ma si prende cura di tutto. Le logge delle Case Nuove in Piazza mercatale paiono non aver fine, ma il primo arco si staglia sicuro nel cielo bianco. Dietro di lui una massa scura. Devo avvicinarmi, per vedere gli alberi nei giardini della piazza, mentre della Porta al Mercatale vedo solo i vecchi portali, scuri contro l’alberese delle mura, che sembrano impastate anch’esse di nebbia. Ricordati, non si puo’ vedere e capire tutto insieme, ma solo avvicinandosi e guardando una cosa alla volta, toccando, ascoltando. Prendendo il tempo per godere di ogni particolare, albero, pietra. Capisci che anche tu sei parte del paesaggio quando incontri altre persone, che ti vengono incontro, e le vedi sbucare dal nulla, masse scure che piano si materializzano. E, se guardi dietro, mentre ti superano incrociandoti, spariscono di nuovo. Il tempo si stringe, nella nebbia, ai pochi passi intorno a te. Cinque, dieci, venti, non importa. Non si cammina che un passo alla volta. Per fortuna.


1 thought on “Messa a fuoco”

  1. DM: http://donnaemadre.wordpress.com/mi chiede di pubblicare questo suo commento. Eseguo, con grande piacere. ——-Caro Brandy,è stata una bella sorpresa leggerti sul mio blog, e una sorpresa ancora più bella leggere il tuo.Vedo questo post senza commenti, ed è vero quello che dicono, quando si leggono immagini così belle, che ispirano sensazioni magiche, profonde, si legge in silenzio, e si rimane senza parole. Io avrei fatto la stessa cosa, per ricominciare a leggere queste tue parole ancora e ancora.Un abbraccio, e vado a rimmergermi nella lettura degli altri tuoi post!

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