Grigio, verde e rosso.


Ogni tanto – come molte persone, del resto – sento il bisogno di mettere…. Un punto? No, troppo, una virgola nello scorrere del tempo, una breve pausa, un’ora, mezza, basta poco, in effetti. Serve a togliere gli occhi dal tritacarne quotidiano, dalla fretta, dalle solite cose, dal rumore…. Prendo l’auto e vado a fare un giro. Breve, comunque.
Tra la città dove abito – Prato – e Pistoia ci sono circa 18 chilometri e tre percorsi possibili. Uno, quello che amo maggiormente, parte proprio da casa mia. E’ una strada che fiancheggia la collina, la corteggia da una parte, e dall’altra è praticamente pianura. A destra, partendo da casa mia, superato l’abitato di Montemurlo, si segue il fianco dei poggi accompagnati quasi sempre da un muro di pietre bianche che sale e scende continuamente, e mostra colture a ulivo, grandi case di campagna, ville e fattorie, scalette ripide che dalla strada salgono a giardini nascosti e leoni di terracotta con la pelliccia di muschio che fanno la guardia ai cancelli dall’alto dei portali più maestosi. Case abbandonate rimangono con gli occhi delle finestre aperte a fissare i passanti e mostrano scampoli d’interno, tra poster attaccati ai muri e pareti azzurre, e sembrano ricordare ai viandanti che un tempo son state tetto sicuro, rifugio, riparo, luogo di gioia e di pace. Che hanno visto giochi di ragazzi, e donne curare i fiori, aspettando la sera un ritorno. Spesso s’incontrano file di palme, di ulivi, di cipressini, e cespugli di bosso tagliati in fogge strane. Son i vivai di Pistoia che s’apron la strada verso Prato, e mostrano la pianura incombente, nell’ultima parte di quella che ormai si chiama “Chocolate valley” .
In questa strada mi piace ammirare il passare delle stagioni e il cambiare dei giorni, il crescere dell’erba a primavera e l’abbassarsi d’estate sotto il sole bruciante, il piegarsi dei rami contro il vento e la terra brulla e dura d’inverno.
Ma la meraviglia mi colpì un giorno, uno di questi giorni, era quasi al tramonto. Da sopra al muro che segue la strada un ciuffo d’erba si affaccia, si stacca. Proprio lì un bellissimo papavero solitario si mette in mostra, si sporge, chiama. La pietra del muro, appena grigia, sostiene tutto e fa da sfondo. Il grigio della pietra, il verde puro dell’erba, il rosso semplice e perfetto di un papavero, insieme come fosse una composizione still life. Sembrava mi aspettassero. Anzi, sono convinto, erano lì per me.
Li ho cercati ancora, ma non li ho ritrovati, meraviglia di un attimo, dono del tempo.

Messa a fuoco

Dal 1957 al 1966 la mia famiglia ha abitato a Viareggio. Una pacchia, per un ragazzo come me (ragazzo, meglio dire bambino, va’, nel 57 avevo 4 anni e nel 66 ne avevo 13) . Il mare, la pineta, il porto. Proprio questo era uno dei miei posti preferiti. Mi piaceva andare a vedere le barche – sia i pescherecci che le barche da diporto, soprattutto quelle a vela…. Quando il tempo era un po’ così così, e tirava vento, e il cielo era coperto e anche le acque del porticciolo erano appena mosse dalla mareggiata che andava a cozzare contro i moli foranei, ascoltavo lo sbattere delle manovre sugli alberi, e sognavo viaggi improbabili. Sul molo lo sguardo si perdeva nell’infinito verde e grigio del mare in burrasca e il gioco consisteva nel non lasciarsi prendere dagli schizzi delle onde. Ma vedevo sempre i grandi spazi e i miei occhi non si concentravano mai su qualcosa, ma andavano sempre irrequieti spaziando fino all’orizzonte, cercando magari di superare quella striscia insesistente eppure tanto chiara per me. E così sono cresciuto nella disattenzione, nel girare gli occhi continuamente alla ricerca di cose nuove, non essendo mai pago di quel che avevo dinanzi. Troppe, troppe cose da vedere, da sognare. Nel 1966 la mia famiglia si è trasferita a Prato. La città è stretta nelle sue mura e io da principio la percorro a piedi, poi in bicicletta. Imparo a conoscerla, ma ancora non a guardarla. Non amo ancora il castello dell’Imperatore, le piazze, le chiese. Mi piace lo strano intrico dei vicoli, così diverso da Viareggio con le sue strade diritte, che si sa come cominciano e come finiscono. E’ autunno e non vedo il colore della pietra, non sento gli odori, i rumori. Ancora troppi stimoli, ancora una città troppo nuova, tutta da vedere, come trovarsi all’improvviso dietro quell’orizzonte che tante volte sul molo di Viareggio ho cercato di valicare. Ma poi, nella vita, talvolta si trova un maestro che ci prende per mano, e ci spiega come stanno le cose, che il tutto non esiste di per sè, ma è fatto di tante piccole cose, da particolari, da singole pietre, da tegole sui tetti, dalle macchie d’umido sui muri, da colori diversi, intonaci scrostati, cortecce d’alberi….. E’ venuta la nebbia, che non avevo quasi mai visto, e mi ha spiegato che per vedere mi devo avvicinare, che le cose si scoprono passo passo, che non si puo’ vedere tutto insieme, nello stesso istante. La nebbia che mi ha mostrato come l’aria ha un suo spessore, e come il vento ha un suo disegno, nel trasportare tra i vicoli gli sbuffi di vapore. Perche’ anche la nebbia non è una massa compatta, ma sono mille fiocchi, che fasciano cornicioni e scale, che bagnano gradini e colonne, la nebbia, che anche sui miei capelli e sui miei abiti lascia il suo ricordo bagnato. Il campanile di San Bartolomeo mi mostra la sua base intonacata, gialla, e il marmo della parte piu’ alta s impasta con la nebbia, e devo cercare con la mente, e immaginarmelo che sale nella nebbia sicuro, con i suoi archi e le sue campane. Oggi posso sapere che esistono solo dal suono, che mi arriva quasi ovattato, coperto. La nebbia non distingue le cose, ma si prende cura di tutto. Le logge delle Case Nuove in Piazza mercatale paiono non aver fine, ma il primo arco si staglia sicuro nel cielo bianco. Dietro di lui una massa scura. Devo avvicinarmi, per vedere gli alberi nei giardini della piazza, mentre della Porta al Mercatale vedo solo i vecchi portali, scuri contro l’alberese delle mura, che sembrano impastate anch’esse di nebbia. Ricordati, non si puo’ vedere e capire tutto insieme, ma solo avvicinandosi e guardando una cosa alla volta, toccando, ascoltando. Prendendo il tempo per godere di ogni particolare, albero, pietra. Capisci che anche tu sei parte del paesaggio quando incontri altre persone, che ti vengono incontro, e le vedi sbucare dal nulla, masse scure che piano si materializzano. E, se guardi dietro, mentre ti superano incrociandoti, spariscono di nuovo. Il tempo si stringe, nella nebbia, ai pochi passi intorno a te. Cinque, dieci, venti, non importa. Non si cammina che un passo alla volta. Per fortuna.