Gutta cavat lapidem

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L’acqua è una grande alleata della gravità. Col fatto che è liquida, l’acqua, ma a seconda del momento diventa anche solida, si insinua dappertutto, scende, scende sempre. Cade, rotola, striscia, erompe, spruzza, sorge, s’infila, s’assottiglia, spinge, e scende, scende sempre.

Sembra niente l’acqua….ti ci immergi, e lei ti circonda, e sembra così remissiva, ma no, se stai attento non è remissiva per niente. Qualunque cosa venga messa dentro l’acqua viene immediatamente circondata, calcolata, soppesata, tastata, provata. Anche se non sembra.

Ma usiamo l’acqua per lavarci, approfittandoci del fatto che l’acqua, proprio lei, ci toglie polvere e sudore, e scorre via portandoseli dietro, e lasciandoci freschi e puliti.

Se a qualcuno è capitato di entrare in una grotta puo’ vedere l’immane lavoro che compie l’acqua. Scioglie la pietra e la riforma, sottoforma di stalattiti e stalagmiti, dentro cavità talvolta immense, scavate dalla forza dell’acqua. E’ una cosa buffa. Uno è fuori e guarda la montagna, e vede roccia grigia, piu’ o meno solida, piu’ o meno uniforme. Ma…. nel cuore della montagna (ma che buffa questa espressione, il cuore della montagna, che la usiamo anche abbastanza normalmente… e che roba strana, la montagna ha un cuore, dunque…. ) cavità dove l’acqua entra ed esce, scorre, salta, scivola, sgocciola, trascina….e com’è diverso questo cuore della montagna da quella grigia roccia che si vede da fuori! Qui le varie sostanze che si trovano nella roccia, sciolte, diluite, riaggregate, ricementate, costruiscono …roccia nuova, di mille colori diversi, di mille sfumature diverse. Una autentica meraviglia, un mondo del tutto diverso ed inimmaginabile….

Ma tutto comincia da una goccia che, come dicevano i latini, buca la pietra, e non per la propria forza, ma per la costanza del proprio cadere.

Allora, chissà se anche io sono come la roccia, la pietra, il sasso. Se anche io possiedo un cuore che puo’ essere cambiato, trasformato, rinnovato.

Sinceramente penso che le lacrime siano piu’ forti della semplice acqua. Possono davvero cambiare il cuore e la mente. Possono dilavare, rinnovare…..

Io ci conto. Gutta cavat lapidem. Eccomi qui.

 

La più bella tra le belle.

Che avesse uno stile tutto speciale s’era capito da tempo. La liturgia ce lo ricorda col vangelo del giorno di Ognissanti, il brano delle beatitudini, che a noi il più’ delle volte ci fa un po’ specie….Beati gli scarognati di qua, beati gli sfigati di la’, beati i malandati di sotto, beati i rifiutati di sopra…..e anche quando il Signore era invitato a qualche festa, magari a Cana, a un bel matrimonio, non si vergogna a procurare ai commensali il miglior vino proprio quando meno ne sentivano il bisogno, dato che erano già abbondantemente brilli….

Stamattina sono andato a vedere un po’ di autunno. Quello solito, con le foglie che cadono, i rami che si spogliano, e lo scricchiolio delle foglie sotto ai piedi ad ogni passo. Buffa stagione, l’autunno.

Tutto prende un colore nuovo, e sembra uno spreco…. le foglie che seccano, che marciscono, che muoiono… sono state verdi e insignificanti per tutta la primavera e l’estate, tutte gonfie d’orgoglio per il lavoro che stavano compiendo, assolutamente necessarie per la vita di ogni pianta…. verdi, e insignificanti. Adesso le guardi, e sono uno spettacolo. Si accendono di mille colori sotto i raggi del sole, riempiono gli occhi, il cuore, eppure…. stanno morendo. Sono già’ morte, staccate dal ramo…. bellissime…

La piu' bella.

oppure aspettano la pietà di un colpo di vento un po’ più forte per scendere con le loro amiche, giù, sul terreno, e si muovono ancora piano, dolcemente….

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Che grande rispetto per la vita che finisce, che messaggio carico di dolcezza e di amore! Mi sto avvicinando pian piano anche io all’autunno… spero di comprendere in me questa presenza rassicurante, questa luce che si accende, questo splendore, questa gioia di mille colori….

Expo 2015

In visita, presso Expo 2015, al padiglione Giapponese.

La fila è stata lunghissima, due ore passate,  noia, sguardi qua e la’, chiacchiere inutili spesso, giusto per passare il tempo.  Uno steward dello padiglione ci informa, e siamo verso la fine della fila, che dentro non ci sono bagni, e la visita – che non puo’ essere interrotta –  dura circa 50 minuti… metodo svuotafile  da Expo…

…Comunque, alla fine entriamo. Subito il nostro gruppo (forse 50-60 persone) viene accolto da una hostess che comincia ad informarci di quello che troveremo nel padiglione, di cosa guardare, degli strumenti che potremo usare….ma qualcuno si secca di queste spiegazioni, dicendo “ebbasta, no?  Vedremo noi cosa c’è dentro”…. Intanto la voce continua a spiegare, per chi vuole spiegazioni e anche per chi pensa di non averne bisogno…..

Una delle raccomandazioni era di fare silenzio, di ascoltare. Di lasciarsi avvolgere da una esperienza emozionale fatta di diversi ingredienti. Di luci, di colori, di immagini, di suoni, di musica….. Ascoltare e guardare, lasciare che cio’ che veniva comunicato, che non era piu’ fatto di parole, ma di immagini e suoni, di sensazioni, comprensibili da chiunque avesse voglia di capire….potesse entrare dentro di noi, come un libro ben scritto, come un film ben girato, come una musica nuova e coinvolgente…. Certo… tutto questo stando zitti, ascoltando e guardando….

Anche se qualcuno stava gia’ dicendo che non avevano senso queste cose, queste giapponeserie, e che non c’era niente da capire….

Quante volte succede che chiediamo qualcosa, e poi non ascoltiamo la risposta? Che andiamo a visitare un museo senza voler sapere cosa possiamo trovarci dentro? Quante volte siamo presa da quello che vogliamo dire e dimentichiamo che forse è il momento di ascoltare? Quante volte, dopo aver incontrato una persona per la prima volta e averla subissata delle nostre parole, battute, pensieri, idee, lasciandogli dire poco o niente, diciamo che si tratta di una persona per niente interessante?

A volte anche la nostra anima, il nostro cuore, i nostri pensieri, parlano, gridano, urlano o sussurrano.  Di solito copriamo queste voci con la nostra, col nostro pensiero cosciente, per non sentire, per non capire, per non sapere. Abbiamo paura, forse di essere messi all’angolo, di scoprire, o di vedere, finalmente, verità che teniamo nascoste anche a noi stessi, o anche meraviglie che pensiamo possano tradirci, e farci male, in ogni caso.

Speriamo di imparare a creare spazi di ascolto, “padiglioni” come quelli dell’Expo, dove accogliere una verità su di noi che abbiamo sempre ignorato, chiuso fuori, rifiutato.

Un luogo dove conoscere, in pace, sé stessi.

Aquiloni nel vento

Ieri, dopo un pranzo con amici di famiglia, io e mia figlia, Sally, siamo andati in un parco cittadinoDSCF1083 dove si teneva una manifestazione aquilonistica…. un po’ come dipingere anche il cielo, no?

In effetti il parco è bellissimo. Le ultime piogge, poi, hanno rinvigorito l’erba, di un bel verde luminoso, e nel cielo tanti, tantissimi aquiloni tutti coloratissimi, grandi, piccoli, di tutte le forme… farfalle, draghi, il capo indiano Geronimo, con la sua lunga capigliatura, pesci, un bellissimo pipistrello, buffissimo, e sul prato tantissima gente, molti con un filo in mano, tutti con gli occhi rivolti al cielo, ad indicare, ad ammirare le cento forme strane sospese su tutti noi, come fosse un prato anche lassù, ma con abitanti diversi.

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Non siamo riusciti a far volare il nostro aquilone. Solo brevi istanti di volo spensierato, e poi rovinose cadute. E menomale che l’erba ha protetto l’aquilone dal “farsi male” e rompersi qualche “osso”.

E’ stato divertente cercare di capire che ha in mano il filo di questo o quell’aquilone… certo che non c’era molto da studiare coi bambini che correvano da tutte le parti inseguiti da un aquilone che sbatteva da tutte le parti… qualche volta anche addosso a qualcuno, ma scoprire chi teneva in mano gli aquiloni piu’ grandi non era facile, spesso era molto lontano il pilota e si cercava di seguire il filo con gli occhi, per scoprire dove andava a finire..

DSCF1075.Aquilonisti sempre molto gentili, eh!!!Ci siamo avvicinati a qualcuno e la prima cosa che ti dicono è “Tieni, prova a tenere il mio aquilone”. Sally, emozionata, ha preso la bobina di un aquilone che era altissimo, e non ci si credeva che fosse legato a terra. “Accidenti, come tira! E si sente il filo vibrare nel vento una grande emozione…pensare che una cosa che tu hai in mano qui, sulla terra, possa alzarsi così in alto, così libero, così bello…
Ci ha chiesto se avevamo anche noi un aquilone, e abbiamo risposto che si, lo avevamo, ma non riuscivamo a farlo volare che per brevi tratti. Ci ha risposto che è normale. Un aquilone come il nostro ha bisogno di vento molto stabile per volare. Il vento che va e viene non è adatto, e il risultato è sempre lo stesso: l’aquilone viene giù come un sasso.

In effetti anche la vita a volte va così… non c’è mai il vento adatto per volare, e tutte le volte che pensi “ora ce la faccio” cadi, di nuovo, e di nuovo e ancora di nuovo. Guardi gli altri aquiloni, e guardi gli altri piloti, e il loro volo tranquillo, e il tempo che trovano per chiacchierare, per fumare una sigaretta, addirittura per affidare ad altri il filo che hanno in mano.
Cambierà il vento. O forse il vento cambierà me.

Congiuntivite

Stamattina mi sono svegliato dal mio pisolino mattutino in poltrona con un po’ di fastidio all’occhio destro. Mi sono accorto che c’era un po’ di secrezione appiccicosa e mi aveva probabilmente sporcato anche gli occhiali, alla fine,  perché non riuscivo a mettere a fuoco. Mi sono alzato, sono andato in bagno, mi sono sciacquato il viso e ho lavato gli occhiali…. macché… la messa a fuoco era ancora molto difficoltosa. Ho cercato di lavarmi meglio con un po’ di acqua tiepida, dato che in casa al momento non avevo collirio, e piano piano il fastidio di messa a fuoco è passato, lasciandomi però un indefinito fastidio all’occhio. Vabè, devo uscire, passo anche di farmacia e prendo un collirio. Per strada mi sono concesso un piccolo giretto, approfittando della campagna a due passi, ascoltando la voglia di respirare un po’ d’aria fresca.

Cielo azzurrissimo, alberi bianchi, stecchiti contro il cielo, un bellissimo contrasto, vigneti intorno, case coloniche, fattorie, siepi, campi,… ancora alberi contro il cielo, su una leggera salita… miseria, mi si appanna di nuovo la vista, i rami appaiono confusi, come avvolti di nebbia… dannata congiuntivite, te ne stai approfittando ancora…. ma….

…ma no….  Sono le prime gemme sui rami, le prime tenere foglioline che confondono le linee pulite dei rami. Non è la congiuntivite. E’ la primavera.DSCF6832

IO RESPIRO (un articolo di Marta CORTI )

Dalla pagina Facebook di Marta CORTI, copiato tal quale, salvo l’aggiunta delle foto, con autorizzazione dell’Autrice.
https://www.facebook.com/notes/10205681817113814/?pnref=story


Io RESPIRO
7 gennaio 2015 alle ore 3.42
Avevo iniziato a scrivere questa “cosa” quasi un anno fa, e per me era finita lì. In verità assomigliava più a un brainstorming, però mi aveva lasciato soddisfatta perché avevo messo nero su bianco dei pensieri che avevano avuto il loro percorso prima di arrivare a maturazione. Sono anche dell’idea che ad un certo punto sia necessario mettere un punto, e credo che ogni scrittore cambierebbe frasi, parole, interi capitoli della sua opera se ne avesse la possibilità, il che equivarrebbe a non concluderla mai. Invece a me piacciono le cose che hanno un inizio e una fine, anche se a poi a riguardarle a distanza di tempo ti viene da ridere. Questa volta però sono stata spronata a continuare a lavorarci. Mi sono state fatte osservazioni, e domande. Dopo un bel po’ di tempo ci ho rimesso mano. Ancora domande, riflessioni. Eh, ora basta però… Non ho voglia di ri-rimetterci mano. Non ho voglia. Come quando dico che “non ho voglia” di cantare. Tutte scuse. Eccomi qui, dopo un anno.
E’ il mio modo per dire: “Ciao, mi chiamo Marta e ho trentatré anni freschi, come gli anni di Cristo e come la parola che ti fa dire il dottore per sentire i bronchi.” E voglio dire GRAZIE a un bel po’ di persone.


Cantare è solo uno dei modi per esprimersi. Perché ostinatamente continuo a sbatterci la testa, volere sempre di più e starci pure male? Perché mi emoziona sentire la storia di altri, anzi le storie, dalla loro voce. Potrei fare altro nella vita? In effetti sì, e addio problemi. Ok, domanda inutile, sennò non ero qui. Ricominciamo. Cantare necessita di calma. Chiede un respiro profondo. Chiede che questo respiro parta dal basso e non trovi intoppi lungo il percorso, che non venga frenato da niente… La gola che si chiude, il petto come un macigno, il volto rigido, le labbra serrate. Per studiare canto si parte dal respiro, sembra e diventa una tappa scontata. Cantare è parole e note. Veicoli per dire qualcosa. Non bastano. Conta il modo. Nella matassa di trovare questo “modo giusto”, sono tornata alla base: il respiro. Un respiro profondo mi connette con tutto il mio corpo, ecco perché mi fa sentire come nuda. Eccoci, non voglio sentirmi nuda! Eppure ascolto musica che mi commuove, che mi smuove, che mi emoziona. Che mi fa sentire più vera del vero. Perché non riesco a – anzi,non voglio – fare lo stesso con la mia musica, la mia voce? E’ questione di umiltà, coraggio, responsabilità.
La mia voce è ciò che sono. Si sente l’ansia, si sente la freddezza, si sente l’esaltazione,la presuntuosità. Sono le mie corde vocali che suonano, con la mia faccia, la gola, il petto,la pancia, e quello che sta sotto. Tutto. Tutto di me. In maniera meravigliosamente unica. Quando canto racconto una storia, filtrata dalla mia storia. Ma non sono protagonista, non è “mia”, nemmeno se scrivessi e cantassi la canzone della mia vita, perché diventa dono.

Ho creduto che per cantare servisse la fermezza di una roccia.

oscura limpidezza
Ma cantare è movimento fisico e interiore, che vanno di pari passo. Insomma, di fermo non c’è un bel niente. Qualcuno riesce a coordinare tutti gli elementi che servono a fare un buon suono. Tutto il corpo reagisce come dovrebbe. Ma non è solo una questione fisica. Amo e sono ancorata alla musica per le emozioni che esprime, non per un fatto matematico. Ho ammirato chi è impeccabile ma mi emoziono per uno sguardo che brilla, un tremolio nella voce, anche una nota sprecisa ma con la grinta e l’energia che smuovono un palco intero e tutti i suoi musicisti. Qualcosa di imperfetto. Qualcosa di sporco. Qualcosa di vivo. Ho creduto che cantare bene significasse dissimulare ogni cosa che mi facesse sentire fragile. Da questo mascheramento nella migliore delle ipotesi non esce fuori un bel niente. Nessuna emozione, nessuna energia. E ho cantato benissimo. Ma cantare sta proprio in questa fragilità, che in verità è il contrario: è l’umiltà e la forza di mostrarsi per quello che si è, in tre minuti di musica, comunicando a livello viscerale – quindi vero – e senza la possibilità di rettificare a parole.

Ho voluto la voce e le capacità di altri. Poi ho scoperto che ancora non avevo scoperto chi ero io, i miei suoni, i miei colori. Per arrivare ad un certo risultato tecnico – una voce più potente, più calda, più scura, più pulita… – ho capito che l’esercizio mi aiuta fino ad arrivare al mio istinto. Non ho problemi a farmi sentire arrabbiata. Perché non è che mi faccio sentire così, lo sono. Senza l’istinto ogni sforzo è inutile. Per parlare bisogna solo pensare a ciò che vogliamo dire, non c’è l’intonazione a distrarci, o il respiro, perché vengono da sé.
Per cantare, ho capito che dovevo parlare. Così, sto imparando a parlare.

Ho messo me stessa davanti a tutto. E ho avuto paura. Ma non ho nelle mani il destino del mondo, e non dipende tutto da me. Fare musica è qualcosa di semplice se ci si toglie di mezzo. Siamo uno strumento perfetto, cos’altro posso aggiungere che lo migliori? Niente. C’è solo mio orgoglio, inutile e controproducente, frutto della presunzione umana. Frutto del voler essere accettati, apprezzati, amati. Io Voglio contro Io Sono. Così ho fatto silenzio nel mio cervello. Niente giudizi, pregiudizi, solo la mente aperta e il cuore spalancato. Cosa mi piace degli artisti che amo? Che mi stanno dicendo qualcosa. Che non vogliono sembrare niente, ma semplicemente “sono”.
Quello che ho fatto è stato ascoltare. Zitta per una buona volta, e attenta.

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Un giorno, in crisi di fronte a una canzone che stavo studiando, mi sono concentrata sul modo di respirare. Era un vero e proprio esercizio, niente fatto a caso. Respiri profondi, sospiri. Continuavo a provare, stessa strofa, stesse parole, cercando un suono più vero, più mio. Sembrerò pazza, ma sono scese le lacrime dal niente. Nessuna tristezza, né rabbia. E’ successo così, come semplice azione-reazione.

Bene, ognuno ha la sua strada per arrivare ad un certo risultato. Ogni suono è migliorabile e la tecnica conta, come conta in tutte le arti, anzi, in ogni modo per comunicare. Ma non serve a niente se tutto lo spazio è ingombrato da noi stessi. Ho capito che quando sono offuscata da mille preoccupazioni a senso unico su di me, su quello che ero ieri e che sarò domani, è necessario “dare aria”, o anche “prendere aria” per vederci meglio da tutta la nebbia che mi creo. Perché quando l’orizzonte è sgombro si vede meglio anche la direzione verso cui si sta andando.
Mi guardo, scopro la verità su chi sono e non c’è più nessuna paura.
Il mio percorso e il mio esercizio è stato – ed è ad oggi – nell’essere “disciplinatamente indisciplinata” (caro coach, me lo segno per tutte le volte in cui me ne dimentico). Un puro fatto di libertà, nel non volermi dimostrare niente e di lasciar passare tutto di me, come aria dai polmoni.
Sono io e sono veicolo, per la musica, per la vita, per qualunque cosa in cui uno creda e che sia più grande dell’Uomo.
Sono io e mi sono familiare. Sono io e sono libera.

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Perché mi chiami, Brandy?

Un tempo, quando avevo oltre 40 anni meno, mi ero fatto alcuni amici e amiche grazie a una vacanza “diversa”, amici coi quali mi sono risentito negli anni successivi, poi tante cose succedono, ci si perde di vista, principalmente, abitando in città diverse…. Dopo una ventina d’anni mi viene in mente, sotto natale, di ricercare qualcuna di queste persone…. di una non sono riuscito a ritrovare traccia, due si sono sposati tra loro, un’altra non abita più nella stessa casa, si è sposata e riesco, comunque, a farmi dare il numero di telefono dalla sua mamma, che conoscevo. 

Con queste persone avevamo passato tanto tempo insieme, ci eravamo raccontati e sostenuti, avevamo riso, pianto e ci eravamo sfogati, quando del caso. Erano amici, amiche.

Di uno, quello che si è sposato, ho avuto notizie tramite sua moglie. Sua moglie è facilmente rintracciabile, è medico, e per di piu’ impegnatissima nel mondo del volontariato. Basta scrivere il suo nome in un motore di ricerca e la si trova subito. L’altra ….anche lei ha fatto carriera, come si direbbe, e anche in questo caso si possono trovare sue notizie in rete. Di quest’ultima, appunto, riesco a farmi dare il tel dalla mamma, che si ricordava di me, dato che avevo spesso frequentato la loro casa fiorentina. La chiameremo Carla. Dunque, telefono.

“Salve, sono Brandy, parlo con la Carla?”

“Si sono la Carla ma chi parla?”

“Brandy, ti ricordi, 1971-73….eravamo amici…con la Silvia e Antonio, che ho sentito si sono sposati….”

“Ah, si, mi ricordo.  Cosa volevi?”

“E’ tanto che non ci sentiamo e …nulla volevo salutarti e approfittarne per farti gli auguri di Natale”

“Ah, ok, Tanti auguri anche a te. Buona giornata”

“Ciao Carla….”

 

Telefonata numero due, Silvia, medico, impegnato in politica.

“Ciao Silvia Sono Brandy”

“Oh, Brandy ciao come stai?”

“Tutto bene, grazie. Lavoro in fonderia…. finirà, prima o poi..Te come te la passi?”

“Brandy è tutta una corsa, la professione, il volontariato, la politica, io voto da un’altra parte rispetto a te, seguo molto l’on Tizio del partito Caio”

“O Silvia, ma anche io sono iscritto al partito Caio…perché dovrei essere “invece” rispetto a te? Sono vent’anni che non ci vediamo e sei riuscita a mettermi un’etichetta? Comunque nulla, eh, telefonavo giusto per salutare e farti gli auguri di buon natale”

“Ah, si sissi’… ma come stai? Hai bisogno di qualcosa? Stai bene?”

“Silvia, sto bene, te l’ho detto, “

“Ma guarda, puoi dirmi tranquillamente, eh, non ti preoccupare, se posso fare qualcosa….”

“Silvia, eravamo amici tempo fa e mi pareva carino …salutarti e farti gli auguri. Tutto qui. Buon natale, ciao, e salutami Antonio”

“ma se posso fare qualcosa….”

“click”

Gli amici non sono una app di facebook. Non si spengono e si accendono secondo i bisogni… e che tristezza, davvero, che si pensi sempre al lato utilitaristico del rapporto con gli altri. Io sono il dottore e ti curo, Io sono il meccanico e ti riparo. Io sono il bicchiere d’acqua e ti disseto, sono la stampella che ti aiuta a camminare. Certo, serve anche questo. Occorre imparare a chiedere aiuto e essere disponibili a darlo… ma la pace di poter chiacchierare di come si passa il tempo, e trovare anche il tempo per dire che siamo felici di sentirci…. non perdiamo questo, per favore. Altrimenti, almeno per quanto mi riguarda, preferisco camminare con una gamba in meno, patire la sete, essere ammalato. E credetemi, lo dico sul serio.

 

Se vuoi, puoi leggere anche  questo:

https://lamarossaspring.wordpress.com/2008/12/20/somebody-is-knocking-at-your-door/Immagine

 

Nostalgia

 

Ieri sera canzone nuova per la Prato Gospel School. Bella, ma molto complicata, una serie quasi infinita di ripetizione di questa sola frase, con tantissime varianti nella melodia, e chi potrà mai ricordare tutto? Una canzone che cambia, risuona, rimbalza ora da una parte, ora dall’altra, ora cresce, ora è un sussurro lieve, ora è semplice come una canzoncina da bambini, ora è complessa, come il cuore dell’uomo.

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Forse perché ci sentiamo costantemente stranieri, o forse perché abbiamo sete di chissà cosa, forse perché sono mille le porte che ci si sono chiuse davanti ed abbiamo bisogno di trovarne almeno una aperta, o perché ci sentiamo soli, in questo lungo cammino, e vorremmo qualcuno accanto a noi… forse perché abbiamo soltanto bisogno di pace, di potersi sedere e dire: “Ecco, sono arrivato”,

Better is one day in your course than thousand elsewhere. (E’ meglio un giorno nei tuoi atri che mille altrove)

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Canto di pellegrinaggio (Salmo 84)

Quanto sono amabili le tue dimore,
Signore degli eserciti!
L’anima mia languisce
e brama gli atri del Signore.
Il mio cuore e la mia carne
esultano nel Dio vivente.
Anche il passero trova la casa,
la rondine il nido,
dove porre i suoi piccoli,
presso i tuoi altari,
Signore degli eserciti, mio re e mio Dio.

Beato chi abita la tua casa:
sempre canta le tue lodi!
Beato chi trova in te la sua forza
e decide nel suo cuore il santo viaggio.

Passando per la valle del pianto
la cambia in una sorgente,
anche la prima pioggia
l’ammanta di benedizioni.
Cresce lungo il cammino il suo vigore,
finché compare davanti a Dio in Sion.

Signore, Dio degli eserciti, ascolta la mia preghiera,
porgi l’orecchio, Dio di Giacobbe.
Vedi, Dio, nostro scudo,
guarda il volto del tuo consacrato.
Per me un giorno nei tuoi atri
è più che mille altrove,
stare sulla soglia della casa del mio Dio
è meglio che abitare nelle tende degli empi.

Poiché sole e scudo è il Signore Dio;
il Signore concede grazia e gloria,
non rifiuta il bene
a chi cammina con rettitudine.
Signore degli eserciti,
beato l’uomo che in te confida.

 

Come un giardino segreto

Ero ragazzo, e chiedevo a mio padre, nel paese dove ero nato:

“Vorrei andare in cima a questa collina”

“Perché?

“Per vedere cosa c’è dall’altra parte.”

“C’è soltanto un’altra collina”

“E poi?”

“Ancora una collina, e un’altra, e ancora. Quindi, Brandy, è inutile che tu salga tanto in alto, quello che puoi vedere lo vedi già da qui adesso”

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 Io non lo so per quale ragione mio padre mi abbia risposto così… o perché sia questo quello che io ho capito dalle sue parole. Non so perché non mi abbia detto che dopo tutte queste colline c’è una bella pianura, e tante città, e grandi fiumi, e un mare che non conosco…

Forse pensava che non avrei potuto capire la distanza, l’immensità…. Si parlava, alla fine solo di una collina, ed era tutta lì….

 E’ vero anche che io non gli ho saputo spiegare il mio desiderio di capire, di vedere quello che mi era nascosto dalla selva incombente sul paesino di San Romano…. E le paure di quello che non si riesce a vedere, di quello che non si riesce nemmeno ad immaginare….

 

Bruce Springsteen parla, nella sua canzone “Secret Garden”, di un luogo nascosto, tale che sembra un tesoro di cui essere gelosi, di cui si abbia la disponibilità, che si possa mostrare, alla fine, o tener chiuso, una specie di riserva privata…. Qualcosa che qualcuno puo’ meritare di poter conoscere, in qualche modo, ma….

Ma alla fine il mistero rimane mistero. Lo sentiremo sempre agitarsi dentro di noi, alzare la voce, a volte, o sussurrare parole al nostro cuore in un modo che non sappiamo comprendere, lo sentiremo ridere  e lo sentiremo piangere, a volte ci sorriderà benevolo, e ci potremo anche domandare cosa abbiamo fato di buono nella vita per meritare di sentire in noi tanta dolcezza, altre volte ci aggredirà come un bandito, alle spalle, così che non ci possiamo difendere. Spesso ci lascerà semplicemente intenti in ciò che stiamo facendo, ma sempre, sempre, ci muoveremo con lui, penseremo con lui, e ogni nostra giornata, ogni nostra ora, minuto, secondo, andrà ad arricchire il suo “data-base”… e noi continueremo a cambiare, senza accorgerci, senza pensarci.

Allora, ciò che pensiamo di sapere di noi stessi – e ancora più degli altri – è soltanto il riflesso rimandato da mille specchi, e molto probabilmente nessuno mai vedrà l’immagine reale. Possiamo sforzarci di togliere un po’ di questi specchi, ma, credo, non arriveremo mai in fondo. O, perlomeno, penso che io non ci arriverò mai. E a volte penso che sia meglio così.

Gratitudine

Si chiamava Giuseppe (non è il suo vero nome, ma va bene uguale) (non so se sia morto – non credo – ma ha deciso già da tempo che il nome al quale risponde è “Joseph’ ” ) ed era mio vicino di casa quando andavo a passare, da bambino, l’estate coi nonni al mio paesello, in Garfagnana. Ci si sedeva all’ombra, la mattina, sui gradini della porta d’ingresso della casa, disabitata allora, che divideva la sua casa dalla casa dove abitavano i miei nonni, e lì si chiacchierava, si leggevano vecchi giornali sui quali lui agiva da filtro censore nei miei confronti, a volte anche modificando il testo degli articoli per renderli adatti alle mie orecchie di bambino. 

Suonava l’armonica a bocca, il Giuseppe (il paese dove sono nato è democratico, nel senso che appiccica l’articolo sia ai nomi femminili che a quelli maschili, a differenza di qui dove vivo adesso, dove gli articoli spettano solo ai nomi di donna) e si atteggiava a meteorologo, con in mano il “Sesto Cajo Baccelli”, declamando negli angoli più frequentati previsioni del tempo e consigli per gli agricoltori, arringando i passanti con la sua voce stentorea e trasformando i crocicchi del paese in tanti “Speaker’s Corner” d’occasione.

Viveva di… non so esattamente cosa, se avesse una qualche rendita lo ignoro ma, come succede nei paesi, soprattutto allora (siamo negli anni ’60) era sempre disponibile per qualche lavoretto, che in molti casi era poi trasportare un carico di legna dal bosco fino alla casa di qualche paesano, vuotare pozzi neri, lavorare nei campi o nelle stalle.

Quando non aveva da fare in paese si vedeva partire con lo zaino in spalla verso i paesi vicini – e anche meno vicini – per partecipare alle feste paesane dove, immagino, sperava di raggranellare qualcosa. Ma aveva un sogno nel cassetto, il Giuseppe. Voleva suonare le campane, in tutti i modi voleva suonare le campane (allora si suonavano ancora a mano, salendo su nel campanile fino alla cella campanaria) ma non gli era consentito, 

Un giorno, però, prese fuoco un fienile e il Giuseppe corse al campanile a suonare le campane “a martello” per dare l’allarme… nessuno ebbe nulla da dire, anzi tutti si complimentarono per la prontezza e l’efficacia del suo intervento. Passarono alcuni giorni e una capanna prese fuoco. Il Giuseppe fu il primo a dare l’allarme dall’alto del campanile…. e ancora dopo pochi giorni un altro fienile, e un nuovo allarme…..I paesani cominciarono a tenerlo d’occhio e riuscirono  così a evitare un altro incendio di un altro fienile, e un nuovo allarme dal campanile….

…..Mi torna in mente questa storia adesso, che vorrei integrare uno dei miei post più amati, “Lasciarsi ferire“, con l’esperienza un po’ più fresca di questo ultimo periodo….

Chattando con una persona venne fuori questo discorso, più o meno:

“Alcuni amici tendono trappole ai tuoi piedi per farti inciampare e cadere, così che questi possano poi rialzarti, e ottenere la tua gratitudine; altri tendono le stesse trappole perché tu possa trovare in te la forza, ed imparare ad alzarti da solo dopo ogni caduta”.

Perché non esiste solo la possibilità di accettare di poter soffrire offrendo agli altri la propria fragilità, l’essere o meno accolti, alla fine,  Perché può’ capitare di aver vissuto una vita e aver rifiutato un rapporto diretto  con noi stessi, accontentandoci di contemplare la nostra stessa esistenza così come si può’ guardare una montagna lontana, o la linea dell’orizzonte…che alla fine non esiste nemmeno. Che non si potrà raggiungere mai. E allora si preferisce rimanere seduti per non sentire il gemito delle nostre ossa, non correre, per non mostrare a nessuno, nemmeno a noi stessi, quanto sia goffa la nostra corsa, non cantare, che nessuno sappia mai che cosa stai pensando, perché stai piangendo di nascosto, o perché a volte ti senti traboccare di nostalgia, o di felicità.

Alcuni amici ti rendono la libertà. E questo non ha prezzo, se non la gratitudine.

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