Gutta cavat lapidem

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L’acqua è una grande alleata della gravità. Col fatto che è liquida, l’acqua, ma a seconda del momento diventa anche solida, si insinua dappertutto, scende, scende sempre. Cade, rotola, striscia, erompe, spruzza, sorge, s’infila, s’assottiglia, spinge, e scende, scende sempre.

Sembra niente l’acqua….ti ci immergi, e lei ti circonda, e sembra così remissiva, ma no, se stai attento non è remissiva per niente. Qualunque cosa venga messa dentro l’acqua viene immediatamente circondata, calcolata, soppesata, tastata, provata. Anche se non sembra.

Ma usiamo l’acqua per lavarci, approfittandoci del fatto che l’acqua, proprio lei, ci toglie polvere e sudore, e scorre via portandoseli dietro, e lasciandoci freschi e puliti.

Se a qualcuno è capitato di entrare in una grotta puo’ vedere l’immane lavoro che compie l’acqua. Scioglie la pietra e la riforma, sottoforma di stalattiti e stalagmiti, dentro cavità talvolta immense, scavate dalla forza dell’acqua. E’ una cosa buffa. Uno è fuori e guarda la montagna, e vede roccia grigia, piu’ o meno solida, piu’ o meno uniforme. Ma…. nel cuore della montagna (ma che buffa questa espressione, il cuore della montagna, che la usiamo anche abbastanza normalmente… e che roba strana, la montagna ha un cuore, dunque…. ) cavità dove l’acqua entra ed esce, scorre, salta, scivola, sgocciola, trascina….e com’è diverso questo cuore della montagna da quella grigia roccia che si vede da fuori! Qui le varie sostanze che si trovano nella roccia, sciolte, diluite, riaggregate, ricementate, costruiscono …roccia nuova, di mille colori diversi, di mille sfumature diverse. Una autentica meraviglia, un mondo del tutto diverso ed inimmaginabile….

Ma tutto comincia da una goccia che, come dicevano i latini, buca la pietra, e non per la propria forza, ma per la costanza del proprio cadere.

Allora, chissà se anche io sono come la roccia, la pietra, il sasso. Se anche io possiedo un cuore che puo’ essere cambiato, trasformato, rinnovato.

Sinceramente penso che le lacrime siano piu’ forti della semplice acqua. Possono davvero cambiare il cuore e la mente. Possono dilavare, rinnovare…..

Io ci conto. Gutta cavat lapidem. Eccomi qui.

 

La più bella tra le belle.

Che avesse uno stile tutto speciale s’era capito da tempo. La liturgia ce lo ricorda col vangelo del giorno di Ognissanti, il brano delle beatitudini, che a noi il più’ delle volte ci fa un po’ specie….Beati gli scarognati di qua, beati gli sfigati di la’, beati i malandati di sotto, beati i rifiutati di sopra…..e anche quando il Signore era invitato a qualche festa, magari a Cana, a un bel matrimonio, non si vergogna a procurare ai commensali il miglior vino proprio quando meno ne sentivano il bisogno, dato che erano già abbondantemente brilli….

Stamattina sono andato a vedere un po’ di autunno. Quello solito, con le foglie che cadono, i rami che si spogliano, e lo scricchiolio delle foglie sotto ai piedi ad ogni passo. Buffa stagione, l’autunno.

Tutto prende un colore nuovo, e sembra uno spreco…. le foglie che seccano, che marciscono, che muoiono… sono state verdi e insignificanti per tutta la primavera e l’estate, tutte gonfie d’orgoglio per il lavoro che stavano compiendo, assolutamente necessarie per la vita di ogni pianta…. verdi, e insignificanti. Adesso le guardi, e sono uno spettacolo. Si accendono di mille colori sotto i raggi del sole, riempiono gli occhi, il cuore, eppure…. stanno morendo. Sono già’ morte, staccate dal ramo…. bellissime…

La piu' bella.

oppure aspettano la pietà di un colpo di vento un po’ più forte per scendere con le loro amiche, giù, sul terreno, e si muovono ancora piano, dolcemente….

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Che grande rispetto per la vita che finisce, che messaggio carico di dolcezza e di amore! Mi sto avvicinando pian piano anche io all’autunno… spero di comprendere in me questa presenza rassicurante, questa luce che si accende, questo splendore, questa gioia di mille colori….

Expo 2015

In visita, presso Expo 2015, al padiglione Giapponese.

La fila è stata lunghissima, due ore passate,  noia, sguardi qua e la’, chiacchiere inutili spesso, giusto per passare il tempo.  Uno steward dello padiglione ci informa, e siamo verso la fine della fila, che dentro non ci sono bagni, e la visita – che non puo’ essere interrotta –  dura circa 50 minuti… metodo svuotafile  da Expo…

…Comunque, alla fine entriamo. Subito il nostro gruppo (forse 50-60 persone) viene accolto da una hostess che comincia ad informarci di quello che troveremo nel padiglione, di cosa guardare, degli strumenti che potremo usare….ma qualcuno si secca di queste spiegazioni, dicendo “ebbasta, no?  Vedremo noi cosa c’è dentro”…. Intanto la voce continua a spiegare, per chi vuole spiegazioni e anche per chi pensa di non averne bisogno…..

Una delle raccomandazioni era di fare silenzio, di ascoltare. Di lasciarsi avvolgere da una esperienza emozionale fatta di diversi ingredienti. Di luci, di colori, di immagini, di suoni, di musica….. Ascoltare e guardare, lasciare che cio’ che veniva comunicato, che non era piu’ fatto di parole, ma di immagini e suoni, di sensazioni, comprensibili da chiunque avesse voglia di capire….potesse entrare dentro di noi, come un libro ben scritto, come un film ben girato, come una musica nuova e coinvolgente…. Certo… tutto questo stando zitti, ascoltando e guardando….

Anche se qualcuno stava gia’ dicendo che non avevano senso queste cose, queste giapponeserie, e che non c’era niente da capire….

Quante volte succede che chiediamo qualcosa, e poi non ascoltiamo la risposta? Che andiamo a visitare un museo senza voler sapere cosa possiamo trovarci dentro? Quante volte siamo presa da quello che vogliamo dire e dimentichiamo che forse è il momento di ascoltare? Quante volte, dopo aver incontrato una persona per la prima volta e averla subissata delle nostre parole, battute, pensieri, idee, lasciandogli dire poco o niente, diciamo che si tratta di una persona per niente interessante?

A volte anche la nostra anima, il nostro cuore, i nostri pensieri, parlano, gridano, urlano o sussurrano.  Di solito copriamo queste voci con la nostra, col nostro pensiero cosciente, per non sentire, per non capire, per non sapere. Abbiamo paura, forse di essere messi all’angolo, di scoprire, o di vedere, finalmente, verità che teniamo nascoste anche a noi stessi, o anche meraviglie che pensiamo possano tradirci, e farci male, in ogni caso.

Speriamo di imparare a creare spazi di ascolto, “padiglioni” come quelli dell’Expo, dove accogliere una verità su di noi che abbiamo sempre ignorato, chiuso fuori, rifiutato.

Un luogo dove conoscere, in pace, sé stessi.

Aquiloni nel vento

Ieri, dopo un pranzo con amici di famiglia, io e mia figlia, Sally, siamo andati in un parco cittadinoDSCF1083 dove si teneva una manifestazione aquilonistica…. un po’ come dipingere anche il cielo, no?

In effetti il parco è bellissimo. Le ultime piogge, poi, hanno rinvigorito l’erba, di un bel verde luminoso, e nel cielo tanti, tantissimi aquiloni tutti coloratissimi, grandi, piccoli, di tutte le forme… farfalle, draghi, il capo indiano Geronimo, con la sua lunga capigliatura, pesci, un bellissimo pipistrello, buffissimo, e sul prato tantissima gente, molti con un filo in mano, tutti con gli occhi rivolti al cielo, ad indicare, ad ammirare le cento forme strane sospese su tutti noi, come fosse un prato anche lassù, ma con abitanti diversi.

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Non siamo riusciti a far volare il nostro aquilone. Solo brevi istanti di volo spensierato, e poi rovinose cadute. E menomale che l’erba ha protetto l’aquilone dal “farsi male” e rompersi qualche “osso”.

E’ stato divertente cercare di capire che ha in mano il filo di questo o quell’aquilone… certo che non c’era molto da studiare coi bambini che correvano da tutte le parti inseguiti da un aquilone che sbatteva da tutte le parti… qualche volta anche addosso a qualcuno, ma scoprire chi teneva in mano gli aquiloni piu’ grandi non era facile, spesso era molto lontano il pilota e si cercava di seguire il filo con gli occhi, per scoprire dove andava a finire..

DSCF1075.Aquilonisti sempre molto gentili, eh!!!Ci siamo avvicinati a qualcuno e la prima cosa che ti dicono è “Tieni, prova a tenere il mio aquilone”. Sally, emozionata, ha preso la bobina di un aquilone che era altissimo, e non ci si credeva che fosse legato a terra. “Accidenti, come tira! E si sente il filo vibrare nel vento una grande emozione…pensare che una cosa che tu hai in mano qui, sulla terra, possa alzarsi così in alto, così libero, così bello…
Ci ha chiesto se avevamo anche noi un aquilone, e abbiamo risposto che si, lo avevamo, ma non riuscivamo a farlo volare che per brevi tratti. Ci ha risposto che è normale. Un aquilone come il nostro ha bisogno di vento molto stabile per volare. Il vento che va e viene non è adatto, e il risultato è sempre lo stesso: l’aquilone viene giù come un sasso.

In effetti anche la vita a volte va così… non c’è mai il vento adatto per volare, e tutte le volte che pensi “ora ce la faccio” cadi, di nuovo, e di nuovo e ancora di nuovo. Guardi gli altri aquiloni, e guardi gli altri piloti, e il loro volo tranquillo, e il tempo che trovano per chiacchierare, per fumare una sigaretta, addirittura per affidare ad altri il filo che hanno in mano.
Cambierà il vento. O forse il vento cambierà me.

Congiuntivite

Stamattina mi sono svegliato dal mio pisolino mattutino in poltrona con un po’ di fastidio all’occhio destro. Mi sono accorto che c’era un po’ di secrezione appiccicosa e mi aveva probabilmente sporcato anche gli occhiali, alla fine,  perché non riuscivo a mettere a fuoco. Mi sono alzato, sono andato in bagno, mi sono sciacquato il viso e ho lavato gli occhiali…. macché… la messa a fuoco era ancora molto difficoltosa. Ho cercato di lavarmi meglio con un po’ di acqua tiepida, dato che in casa al momento non avevo collirio, e piano piano il fastidio di messa a fuoco è passato, lasciandomi però un indefinito fastidio all’occhio. Vabè, devo uscire, passo anche di farmacia e prendo un collirio. Per strada mi sono concesso un piccolo giretto, approfittando della campagna a due passi, ascoltando la voglia di respirare un po’ d’aria fresca.

Cielo azzurrissimo, alberi bianchi, stecchiti contro il cielo, un bellissimo contrasto, vigneti intorno, case coloniche, fattorie, siepi, campi,… ancora alberi contro il cielo, su una leggera salita… miseria, mi si appanna di nuovo la vista, i rami appaiono confusi, come avvolti di nebbia… dannata congiuntivite, te ne stai approfittando ancora…. ma….

…ma no….  Sono le prime gemme sui rami, le prime tenere foglioline che confondono le linee pulite dei rami. Non è la congiuntivite. E’ la primavera.DSCF6832

IO RESPIRO (un articolo di Marta CORTI )

Dalla pagina Facebook di Marta CORTI, copiato tal quale, salvo l’aggiunta delle foto, con autorizzazione dell’Autrice.
https://www.facebook.com/notes/10205681817113814/?pnref=story


Io RESPIRO
7 gennaio 2015 alle ore 3.42
Avevo iniziato a scrivere questa “cosa” quasi un anno fa, e per me era finita lì. In verità assomigliava più a un brainstorming, però mi aveva lasciato soddisfatta perché avevo messo nero su bianco dei pensieri che avevano avuto il loro percorso prima di arrivare a maturazione. Sono anche dell’idea che ad un certo punto sia necessario mettere un punto, e credo che ogni scrittore cambierebbe frasi, parole, interi capitoli della sua opera se ne avesse la possibilità, il che equivarrebbe a non concluderla mai. Invece a me piacciono le cose che hanno un inizio e una fine, anche se a poi a riguardarle a distanza di tempo ti viene da ridere. Questa volta però sono stata spronata a continuare a lavorarci. Mi sono state fatte osservazioni, e domande. Dopo un bel po’ di tempo ci ho rimesso mano. Ancora domande, riflessioni. Eh, ora basta però… Non ho voglia di ri-rimetterci mano. Non ho voglia. Come quando dico che “non ho voglia” di cantare. Tutte scuse. Eccomi qui, dopo un anno.
E’ il mio modo per dire: “Ciao, mi chiamo Marta e ho trentatré anni freschi, come gli anni di Cristo e come la parola che ti fa dire il dottore per sentire i bronchi.” E voglio dire GRAZIE a un bel po’ di persone.


Cantare è solo uno dei modi per esprimersi. Perché ostinatamente continuo a sbatterci la testa, volere sempre di più e starci pure male? Perché mi emoziona sentire la storia di altri, anzi le storie, dalla loro voce. Potrei fare altro nella vita? In effetti sì, e addio problemi. Ok, domanda inutile, sennò non ero qui. Ricominciamo. Cantare necessita di calma. Chiede un respiro profondo. Chiede che questo respiro parta dal basso e non trovi intoppi lungo il percorso, che non venga frenato da niente… La gola che si chiude, il petto come un macigno, il volto rigido, le labbra serrate. Per studiare canto si parte dal respiro, sembra e diventa una tappa scontata. Cantare è parole e note. Veicoli per dire qualcosa. Non bastano. Conta il modo. Nella matassa di trovare questo “modo giusto”, sono tornata alla base: il respiro. Un respiro profondo mi connette con tutto il mio corpo, ecco perché mi fa sentire come nuda. Eccoci, non voglio sentirmi nuda! Eppure ascolto musica che mi commuove, che mi smuove, che mi emoziona. Che mi fa sentire più vera del vero. Perché non riesco a – anzi,non voglio – fare lo stesso con la mia musica, la mia voce? E’ questione di umiltà, coraggio, responsabilità.
La mia voce è ciò che sono. Si sente l’ansia, si sente la freddezza, si sente l’esaltazione,la presuntuosità. Sono le mie corde vocali che suonano, con la mia faccia, la gola, il petto,la pancia, e quello che sta sotto. Tutto. Tutto di me. In maniera meravigliosamente unica. Quando canto racconto una storia, filtrata dalla mia storia. Ma non sono protagonista, non è “mia”, nemmeno se scrivessi e cantassi la canzone della mia vita, perché diventa dono.

Ho creduto che per cantare servisse la fermezza di una roccia.

oscura limpidezza
Ma cantare è movimento fisico e interiore, che vanno di pari passo. Insomma, di fermo non c’è un bel niente. Qualcuno riesce a coordinare tutti gli elementi che servono a fare un buon suono. Tutto il corpo reagisce come dovrebbe. Ma non è solo una questione fisica. Amo e sono ancorata alla musica per le emozioni che esprime, non per un fatto matematico. Ho ammirato chi è impeccabile ma mi emoziono per uno sguardo che brilla, un tremolio nella voce, anche una nota sprecisa ma con la grinta e l’energia che smuovono un palco intero e tutti i suoi musicisti. Qualcosa di imperfetto. Qualcosa di sporco. Qualcosa di vivo. Ho creduto che cantare bene significasse dissimulare ogni cosa che mi facesse sentire fragile. Da questo mascheramento nella migliore delle ipotesi non esce fuori un bel niente. Nessuna emozione, nessuna energia. E ho cantato benissimo. Ma cantare sta proprio in questa fragilità, che in verità è il contrario: è l’umiltà e la forza di mostrarsi per quello che si è, in tre minuti di musica, comunicando a livello viscerale – quindi vero – e senza la possibilità di rettificare a parole.

Ho voluto la voce e le capacità di altri. Poi ho scoperto che ancora non avevo scoperto chi ero io, i miei suoni, i miei colori. Per arrivare ad un certo risultato tecnico – una voce più potente, più calda, più scura, più pulita… – ho capito che l’esercizio mi aiuta fino ad arrivare al mio istinto. Non ho problemi a farmi sentire arrabbiata. Perché non è che mi faccio sentire così, lo sono. Senza l’istinto ogni sforzo è inutile. Per parlare bisogna solo pensare a ciò che vogliamo dire, non c’è l’intonazione a distrarci, o il respiro, perché vengono da sé.
Per cantare, ho capito che dovevo parlare. Così, sto imparando a parlare.

Ho messo me stessa davanti a tutto. E ho avuto paura. Ma non ho nelle mani il destino del mondo, e non dipende tutto da me. Fare musica è qualcosa di semplice se ci si toglie di mezzo. Siamo uno strumento perfetto, cos’altro posso aggiungere che lo migliori? Niente. C’è solo mio orgoglio, inutile e controproducente, frutto della presunzione umana. Frutto del voler essere accettati, apprezzati, amati. Io Voglio contro Io Sono. Così ho fatto silenzio nel mio cervello. Niente giudizi, pregiudizi, solo la mente aperta e il cuore spalancato. Cosa mi piace degli artisti che amo? Che mi stanno dicendo qualcosa. Che non vogliono sembrare niente, ma semplicemente “sono”.
Quello che ho fatto è stato ascoltare. Zitta per una buona volta, e attenta.

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Un giorno, in crisi di fronte a una canzone che stavo studiando, mi sono concentrata sul modo di respirare. Era un vero e proprio esercizio, niente fatto a caso. Respiri profondi, sospiri. Continuavo a provare, stessa strofa, stesse parole, cercando un suono più vero, più mio. Sembrerò pazza, ma sono scese le lacrime dal niente. Nessuna tristezza, né rabbia. E’ successo così, come semplice azione-reazione.

Bene, ognuno ha la sua strada per arrivare ad un certo risultato. Ogni suono è migliorabile e la tecnica conta, come conta in tutte le arti, anzi, in ogni modo per comunicare. Ma non serve a niente se tutto lo spazio è ingombrato da noi stessi. Ho capito che quando sono offuscata da mille preoccupazioni a senso unico su di me, su quello che ero ieri e che sarò domani, è necessario “dare aria”, o anche “prendere aria” per vederci meglio da tutta la nebbia che mi creo. Perché quando l’orizzonte è sgombro si vede meglio anche la direzione verso cui si sta andando.
Mi guardo, scopro la verità su chi sono e non c’è più nessuna paura.
Il mio percorso e il mio esercizio è stato – ed è ad oggi – nell’essere “disciplinatamente indisciplinata” (caro coach, me lo segno per tutte le volte in cui me ne dimentico). Un puro fatto di libertà, nel non volermi dimostrare niente e di lasciar passare tutto di me, come aria dai polmoni.
Sono io e sono veicolo, per la musica, per la vita, per qualunque cosa in cui uno creda e che sia più grande dell’Uomo.
Sono io e mi sono familiare. Sono io e sono libera.

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Perché mi chiami, Brandy?

Un tempo, quando avevo oltre 40 anni meno, mi ero fatto alcuni amici e amiche grazie a una vacanza “diversa”, amici coi quali mi sono risentito negli anni successivi, poi tante cose succedono, ci si perde di vista, principalmente, abitando in città diverse…. Dopo una ventina d’anni mi viene in mente, sotto natale, di ricercare qualcuna di queste persone…. di una non sono riuscito a ritrovare traccia, due si sono sposati tra loro, un’altra non abita più nella stessa casa, si è sposata e riesco, comunque, a farmi dare il numero di telefono dalla sua mamma, che conoscevo. 

Con queste persone avevamo passato tanto tempo insieme, ci eravamo raccontati e sostenuti, avevamo riso, pianto e ci eravamo sfogati, quando del caso. Erano amici, amiche.

Di uno, quello che si è sposato, ho avuto notizie tramite sua moglie. Sua moglie è facilmente rintracciabile, è medico, e per di piu’ impegnatissima nel mondo del volontariato. Basta scrivere il suo nome in un motore di ricerca e la si trova subito. L’altra ….anche lei ha fatto carriera, come si direbbe, e anche in questo caso si possono trovare sue notizie in rete. Di quest’ultima, appunto, riesco a farmi dare il tel dalla mamma, che si ricordava di me, dato che avevo spesso frequentato la loro casa fiorentina. La chiameremo Carla. Dunque, telefono.

“Salve, sono Brandy, parlo con la Carla?”

“Si sono la Carla ma chi parla?”

“Brandy, ti ricordi, 1971-73….eravamo amici…con la Silvia e Antonio, che ho sentito si sono sposati….”

“Ah, si, mi ricordo.  Cosa volevi?”

“E’ tanto che non ci sentiamo e …nulla volevo salutarti e approfittarne per farti gli auguri di Natale”

“Ah, ok, Tanti auguri anche a te. Buona giornata”

“Ciao Carla….”

 

Telefonata numero due, Silvia, medico, impegnato in politica.

“Ciao Silvia Sono Brandy”

“Oh, Brandy ciao come stai?”

“Tutto bene, grazie. Lavoro in fonderia…. finirà, prima o poi..Te come te la passi?”

“Brandy è tutta una corsa, la professione, il volontariato, la politica, io voto da un’altra parte rispetto a te, seguo molto l’on Tizio del partito Caio”

“O Silvia, ma anche io sono iscritto al partito Caio…perché dovrei essere “invece” rispetto a te? Sono vent’anni che non ci vediamo e sei riuscita a mettermi un’etichetta? Comunque nulla, eh, telefonavo giusto per salutare e farti gli auguri di buon natale”

“Ah, si sissi’… ma come stai? Hai bisogno di qualcosa? Stai bene?”

“Silvia, sto bene, te l’ho detto, “

“Ma guarda, puoi dirmi tranquillamente, eh, non ti preoccupare, se posso fare qualcosa….”

“Silvia, eravamo amici tempo fa e mi pareva carino …salutarti e farti gli auguri. Tutto qui. Buon natale, ciao, e salutami Antonio”

“ma se posso fare qualcosa….”

“click”

Gli amici non sono una app di facebook. Non si spengono e si accendono secondo i bisogni… e che tristezza, davvero, che si pensi sempre al lato utilitaristico del rapporto con gli altri. Io sono il dottore e ti curo, Io sono il meccanico e ti riparo. Io sono il bicchiere d’acqua e ti disseto, sono la stampella che ti aiuta a camminare. Certo, serve anche questo. Occorre imparare a chiedere aiuto e essere disponibili a darlo… ma la pace di poter chiacchierare di come si passa il tempo, e trovare anche il tempo per dire che siamo felici di sentirci…. non perdiamo questo, per favore. Altrimenti, almeno per quanto mi riguarda, preferisco camminare con una gamba in meno, patire la sete, essere ammalato. E credetemi, lo dico sul serio.

 

Se vuoi, puoi leggere anche  questo:

https://lamarossaspring.wordpress.com/2008/12/20/somebody-is-knocking-at-your-door/Immagine